tutto da rifare o quasi…

ci sono giorni che dici e tutto da rifare ma..come ne L’Ascensore ti accorgi che cambiando disposizione delle scene viene una cosa meno pallosa o quasi
 
e io sono in panico ancora di più perchè la reggista ha cambiato anche la mia disposizione 🙂
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a Frida Kalo nel centenario della sua nascita

 Radio TRE

Da lunedì 28 maggio al venerdì 1 giugno
dalle 18:00 alle 18:45

Il Terzo Anello – Frida e Frida

 
di Marina Cepeda Fuentes
Collaborazione di Maria Angela Spitella

Nel 1907 nasceva a Coyoacan, Città del Messico, Frida Kahlo, artista di fama internazionale e donna dall’imponente personalità. Vita e produzione artistica non sono disgiunte in lei: ambedue sono il volto spalancato del dolore e della voglia di vivere e di essere donna. La Kahlo si colloca nella storia del Messico non solo come testimone di grande levatura nell’arte pittorica ma anche come attivista della vita politica nella prima metà del Novecento. Orgogliosa e volitiva crea un legame dalle forti tinte con il compagno Diego Rivera e prosegue il suo impegno politico anche attraverso la discussa e intima amicizia con Trotsky. Fu ammirata da Picasso, Kandinskij, Breton, Duchamp e, sebbene la sua vita fosse segnata da un terribile incidente che la condizionerà per sempre fisicamente, fu amata da tanti. La sua opera e la sua vita hanno conosciuto negli ultimi anni attraverso numerose pubblicazioni, esposizioni e un film di grande successo, l’interesse sempre crescente del pubblico di tutto il mondo. Anche la sua immagine – chi non conosce le folte sopracciglia, le trecce a corona, gli ampi e coloratissimi vestiti di Frida Kahlo? – fra tradizione e affermazione del sé, ha reso la Kahlo un personaggio universale davvero unico.

 

 

Ascolta e leggi

 

Piccola Draco

ora però mi devi spiegare il video e soprattutto perchè alla fine quel masso o quello che è non cade in testa a chi lo riprende, no , perchè sarebbe stato il finale perfetto in quanto coerente con le parole scritte!

 
 
 
sai è il caso  testo e il video 
 
e questo è la risoluzione dell’arcano

Discussione su Storia di un bambino

 

Citazione

Storia di un bambino

BADAOUI – I lividi ci sono, nascosti dalla maglietta rossa e dai pantaloni della tuta. Li mostra con reticenza e con un po’ di vergogna. Saleh è un bambino grasso. Si sfrega le dita, inghiottito in una vecchia poltrona nera. Nel campo profughi di Badaoui comincia a fare buio, ma a nessuno viene in mente di accendere la luce, forse è andata via e il generatore non funziona. Salah ha 12 anni e ricorda uno di quei bambini che a scuola finirebbe per essere preso in giro dai compagni crudeli più grandi. Per raggiungere casa degli zii che lo ospitano bisogna superare stradine intricate, esporsi agli occhi curiosi dei residenti non abituati agli stranieri. C’è odore di mangiare nell’aria un po’ spessa e un lamento doloroso di una donna che proviene dalla cucina. Salah fino a qualche giorno fa abitava nel campo profughi di Naher Bader a nord di Tripoli, uno di quei posti dove nessuno vorrebbe nascere, ma che se ti capita ti sembra di vivere nel miglior posto possibile perché per fortuna non ne conosci altri. Quando sono cominciati gli scontri si è spaventato molto. Il gruppo di militanti di Fatah al Islam asserragliato all’interno del campo e facendosi scudo della gente ha attaccato l’esercito libanese che dal canto suo ha risposto bombardando senza troppo zelo. 70 morti in due giorni tra i quali 28 militari. E’ stato lui a pregare i suoi genitori di portarlo via. Non appena, la tregua ha aperto uno spiraglio, lui e altre 15 mila persone si sono riversate verso l’uscita del campo. 20 mila altre sono rimaste dentro in ostaggio. “Abbiamo fatto i bagagli di corsa e mio padre ci ha fatto salire sul suo autobus, c’era la mia famiglia, i miei parenti e i vicini di casa”, circa 24 persone. Erano i capofila di quello che sarebbe diventato un esodo verso Badaoui, verso Tripoli, ovunque potesse portarli lontano dalle bombe e dagli scontri, che potrebbero ricominciare in qualsiasi momento, se le trattative in corso tra libanesi e militanti fallissero. La voce di Salah è bassa vorrebbe dimenticare, ma anche se non raccontasse a nessuno quello che gli è successo potrebbe liberarsene. Chiedo dettagli, perché a volte quando si affronta una tragedia comune a molti, si tende ad esagerare. Ma lui non perde un colpo, il suo viso avvampa e impallidisce a seconda di quello che dice. “Siamo usciti dal campo, mio padre guidava, io ero dietro. Abbiamo raggiunto una collinetta con un posto di blocco dell’esercito libanese, erano le sette di sera ma era ancora chiaro. Un soldato ha puntato verso mio padre e lo ha colpito alla spaòòa spalla e alla testa. L’autobus è uscito fuori di strada. Mia nonna è riuscita ad aprire la porta, si è precipitata fuori urlando che c’erano donne e bambini, di non sparare e l’hanno colpita al collo. Noi ci siamo appiattiti fino a che loro sono venuti a prenderci”, ci racconta Salah fissando il pavimento. La voce gli si spezza. Inghiottisce non vuole piangere. Salah e gli unici altri due ragazzini sul mezzo vengono portati in una casupola. Avrebbe scoperto solo più tardi che sua madre era stata derubata dei soldi e dei gioielli e presa in giro dai soldati davanti al cadavere ancora caldo del marito. A Salah viene chiesto di confessare di essere un militare di Fatah al Islam, gli puntano un coltello alla gola. “Mi hanno detto che mi avrebbero massacrato come noi avevamo fatto con loro, mi hanno dato un’arma scarica e mi hanno fatto delle foto, poi hanno preso una specie di batteria e mi hanno dato delle scariche alle dita”. Piangeva, chiamava sua madre, supplicava che lo lasciassero andare mentre a fianco uno dei suoi amichetti veniva picchiato. “Poi ci hanno sollevato la maglietta fin sopra alla testa e ci hanno portato nella base di Araman, ci hanno mostrato delle foto di persone che volevano che riconoscessimo. Ci dicevano che eravamo bestie, urlavano contro i palestinesi, credevo che mi avrebbero ucciso. Dopo un po’ hanno chiamato qualcuno e quelli del campo sono venuti a prenderci. Mia madre è arrivata con quelli della Croce Rossa”. Salah sei un militante? Per la prima volta solleva il viso, c’è in lui uno sguardo di sorpresa e dolore: “Faccio solo la seconda media, vado a scuola, non è quello che dovrebbero fare i bambini?”.

ancora Bunuel

Forse un amore appassionato, sublime, che brucia come una fiamma profonda, è incompatibile con la vita. E’ troppo grande, troppo forte per la vita. Solo la morte può accoglierlo.

 

 

…la maggior parte delle donne che mi piacevano mi sono rimaste lontane. E’ anche probabile che io non piacessi a loro. In compenso mi è  successo di essere perseguitato da qualche donna che non piaceva a me. Situazione ancora più spiacevole della prima. Preferisco amare che essere amato.
 
Ai tempi della giovinezza, l’amore ci sembrava un sentimento potente, capace di trasformare una vita. Il desiderio sessuale, suo inseparabile compagno, si unisce a uno spirito di avvicinamento, di conquista e di spartizione che dovrebbe innalzarci al di sopra della banalità e darci la forza di fare grandi cose.
 
Il caso è il grande arbitrio del mondo. La neccessità viene dopo. Non ha la stessa purezza.

Mangia Piano

non mi chiedete come dove e perchè ma mi sono trovato ad allestire i tavoli per l’assaggio dell’olio in un Gioco dello Slow Food al Frantolio Galantino e mentre allestivo mi sono caduti dei bicchieri di assaggio per terra e la mia amica li  ha riposti al suo posto senta batter cilio. Mi immagino gente che deve valutare gusto odore e colore con raffinatezza estetica bere in un contenitore "inquinato". Mangiamo Piano