pOLVEREdIgESSO

 
Io ogni mattina ascolto l’alba
e la sera il tramonto
e tutto il rumore che fa
e poi per ogni giorno che passa
faccio un segno su un muro
di questa città
perché non é il tempo che mi manca
e nemmeno l’età
Io ogni mattina quando parto
lascio aperta la mia porta
se qualcuno verrà
e poi metto polvere di gesso
sul pavimento di casa
per i passi che farà
perché quando c’é una porta aperta
di sicuro prima o dopo si sa

Io ogni sera quando torno
lascio delle tracce bianche
sulla polvere che sa
che qui non ci viene mai nessuno
e nemmeno per oggi
non ci sono novità
e poi richiudo la mia porta
per la notte e per il freddo che ci fa

Io ogni mattina ascolto l’alba
e la sera il tramonto
e tutto il rumore che fa
e poi per ogni giorno che passa
graffio un pezzo di muro
di questa città
perché non é il tempo che mi manca
e nemmeno l’età

 
 
Gianmaria Testa

Mohandas K. Gandhi

 
Gandhi un "pacificato", un predicatore della "sopportazione"? «Tutt’altro». La nonviolenza una pratica che sacrifica il conflitto? «Al contrario, semmai lo dilata, lo rende più accessibile, ma rinuncia alla barbarie». Con Marco Revelli, storico e studioso, ordinario di scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, cerchiamo di capire in cosa consista, e in che termini si possa declinare, la traduzione contemporanea del messaggio gandhiano. E perché oggi, in una società globalizzata che moltiplica i fattori di ingiustizia e di oppressione, la nonviolenza sia da considerare la sola risposta «efficace», non già un percorso di «accettazione dell’esistente». Un’occasione di «trasformazione» tanto collettiva e sociale quanto antropologica e interiore.

Professore, la sua esperienza personale è in qualche modo paradigmatica. Lei ha detto di non essere nato "nonviolento", esattamente come la sinistra non nasce "gandhiana". Perché era inevitabile che questo approdo fosse così tormentato?
La tradizione in cui mi colloco è sicuramente pacifista ma non integralmente nonviolenta. I miei riferimenti sono alla cultura radicale, democratica e antifascista. La mia esperienza si è poi intrecciata ai movimenti di rivolta della fine degli anni ‘60 e dell’inizio dei ‘70, al movimento studentesco e alla sinistra rivoluzionaria. Quei movimenti nascono in buona misura in contrapposizione alla guerra, prima contro quella coloniale in Algeria, poi contro quella americana in Vietnam, in cui i simboli della pace si mescolavano con la solidarietà attiva alla guerriglia. In quella cultura di radicale resistenza alle forme di ingiustizia stava un ventaglio ampio di posizioni che andavano dal pacifismo assoluto, integralmente nonviolento, fino alla resistenza armata contro l’oppressione. Ben inteso: anche allora molti di noi avevano come riferimenti figure di nonviolenti come Aldo Capitini e Danilo Dolci. Ma non dimentichiamo che la loro azione si collocava all’interno della tradizione resistenziale. Capitini prese parte alla Resistenza senza usare le armi ma stette fianco a fianco a quelli che le armi le avevano prese.

Intende dire che in talune circostanze la nonviolenza può ammettere deroghe?
Qui ci aiuta un riferimento diretto alla figura di Gandhi, attorno alla quale temo siano sorti alcuni equivoci. Egli viene identificato a ragione con un’idea di nonviolenza impegnativa e integrale, ma nello stesso tempo ciò è associato ad una condanna indistinta e indifferenziata di ogni forma di violenza. Non è vero: Gandhi non nega la violenza laddove essa si esprime come resistenza all’oppressione. Egli pone la lotta nonviolenta al punto più alto in termini sia di efficacia che di capacità di trasformazione dell’esistente. Ma per quanto riguarda gli oppressi, coloro che subiscono forme intollerabili di ingiustizia, dice anche – e in questo è molto esplicito – che tra chi le subisce passivamente e chi si ribella anche con la forza, sceglie i secondi. Non confondiamo Gandhi con un conciliato, con il predicatore della sopportazione e della accettazione dell’ingiustizia: se egli attribuiva una preferenza alla lotta nonviolenta è perché la riteneva più efficace per la sua capacità di raggiungere il superamento di una condizione di oppressione.

La nonviolenza, dunque, non è rinuncia al conflitto.
Gandhi è un conflittuale, la sua è una "lotta" nonviolenta, non è nonviolenza contrapposta all’idea di lotta. E la nonviolenza è intesa come mezzo più adeguato per permettere ai più deboli di lottare anche contro nemici apparentemente invincibili sul piano della forza. Non è affatto riduzione degli spazi di conflitto, ma il riscatto dell’idea stessa di conflitto anche in situazioni in cui esso può apparire impossibile. Cosa che avviene in due circostanze: o quando il rapporto di forza è manifestamente sbilanciato o quando i mezzi con cui il conflitto andrebbe combattuto sono talmente distruttivi che lo renderebbero molto costoso per entrambe le parti.

Quella di Gandhi è considerata un’esperienza "felice" che però si colloca in una fase storica molto precisa, in un orizzonte circoscritto, in cui ha pesato anche l’implosione dell’imperialismo britannico. In che modo questa esperienza è replicabile?
Oggi la volgarità e la brutalità del potere sono sotto gli occhi di tutti. Dal Kosovo, all’Iraq, all’Afghanistan: la circolarità dei mezzi utilizzati da entrambe le parti del conflitto e il loro abbrutimento, questo carattere disgustoso e orrendo dell’esercizio del potere globale indubbiamente lasciano carichi di angoscia. E’ uno scenario inguardabile rispetto al quale si scorgono solo alcuni barlumi di speranza, forme di resistenza che tuttavia affidano la loro promessa di durare e costruire un’alternativa proprio al metodo che usano: dalle donne afgane e irachene, alle comunità di nomadi nel Kosovo, ai nostri movimenti territoriali…

Di fronte alla trasformazione dei poteri, alla moltiplicazione dei fattori di squilibrio e ingiustizia, non c’è il rischio che la nonviolenza possa essere interpretata come accettazione dell’esistente? Perché invece, a suo giudizio, è la sola via percorribile?
La guerra infinita, la disseminazione delle tecnologie distruttive, il carattere spesso impersonale del dominio che non è più rappresentato semplicemente da apparati statali, ma è colonizzazione ancor più totalitaria di grandi concentrazioni finanziarie e industriali. Ecco, tutte queste forme dure di oppressione rendono l’arma della rivolta spuntata proprio per lo spaventoso divario di forza che c’è tra microcomunità e poteri globali spesso invisibili. O si è in grado di porre in atto forme di resistenza che costruiscano anche un’alternativa di valori – come appunto la nonviolenza richiede – oppure si rischia di essere stritolati sotto i cingoli di questa macchina globale strapotente e impersonale. In un confronto così impari, quello della nonviolenza a me pare uno strumento liberatorio, perché da una parte apre la strada alla possibilità del conflitto anche in condizioni di assoluto svantaggio, dall’altra parte consente di giocare la partita non solo sul terreno del rapporto di forza, ma anche su quello della trasformazione personale.

La distinzione tra pacifismo come ideologia e nonviolenza come pratica, allora, non è puramente accademica. Lei scorge in quest’ultima un valore aggiunto, una "cifra" antropologica?
La nonviolenza, così come praticata da Gandhi, è una forma di lotta che non opera soltanto sugli aspetti esteriori, sui rapporti di forza: implica anche un lavoro sui soggetti, una trasformazione interiore sia di sé che dell’avversario. E quindi non poggia solo su tecnologie del conflitto, ma anche sulla dimensione esistenziale ed etica di coloro che lo combattono. E’ l’esatto opposto della violenza, che finisce per abbrutire anche chi sta dalla parte della ragione. Laddove i metodi violenti sono semplicemente un problema di tecnologia della distruzione, la nonviolenza comporta un processo difficile di autoeducazione, la necessità di aumentare la propria virtù, la propria capacità di amore, il rispetto di sé e degli altri.

Torniamo all’efficacia della lotta nonviolenta. Essa ha contaminato anche larga parte dei movimenti e alcune esperienze di "resistenza territoriale" in Italia. In che misura l’adozione di queste pratiche può risultare vincente?
Io ho conosciuto dall’interno la lotta per la Val di Susa. E posso dire che se non fosse stato per l’approccio "radicalmente" non violento, quella resistenza "radicale" non avrebbe potuto esprimersi con quella forza, in tutte le sue manifestazioni fino alla riconquista di Venaus: in quello straordinario corteo sui sentieri di montagna, senza colpo ferire in un’ora si è riconquistato ciò che la polizia aveva occupato con una violenza brutale sul presidio. La scelta del metodo è fondamentale: solo l’opzione nonviolenta può spiegare la capacità di durata di quella lotta, la sua capacità di unificare la popolazione, respingere le provocazione dei poteri e mantenere, malgrado la durezza del conflitto, un volto sorridente e pulito. E di parlare a tutti.

Sorpresa: il social forum non è affatto morto…

 
Sarà almeno il quarto funerale del World Social Forum cui partecipo. Di solito lo precedono colte riflessioni listate a lutto su come il movimento sia deceduto dopo una lenta, crudele agonia. Solo che è sempre successo anche che quando ti avvicini per dargli l’estremo saluto, il presunto morto, in realtà, lo trovi in piedi, a battersi perché insieme alle persone concrete, le città, le economie e la natura che ha intorno possano avere una concreta possibilità di sopravvivenza, cosa, al momento, non scontata.
Ricordo il Forum di Mumbai, il campo boario dove si sarebbe dovuto celebrare l’evento di lì a pochi giorni, vuoto, con qualche animale a brucare la poca erba nella terra rossa, qualche palo per terra e qualche tenda. Certo, ci spostavamo da Porto Alegre – dicevano – perché il forum era diventato un rito, senza proposte concrete da offrire. E poi ricordo il Forum vero, con camion e camion di persone che continuavano ad arrivare per mettersi in rete, allacciarsi. Penso alle ragazze "intoccabili" con le quali ci stringevamo le mani e parlavamo di come mantenere, con i fatti, quel contatto. Penso agli indigeni indiani, che con archi e frecce difendevano campagne e foreste dagli espropri delle multinazionali dell’acqua e dell’agrobusiness.
Penso, poi al distretto industriale di Dharavi, contenuto dalla (allora) più grande baraccopoli della città che ha ospitato gli eventi del commercio equo e solidale, per dimostrare che proprio lì, tra i liquami acidi, la diossina, il piombo e quella classe media da poche decine di euro al mese di reddito che ci lavoravano a mani e piedi nudi, non si vive di solo Pil e che un’altra economia per molti è davvero una questione di vita o di morte.
Poi siamo andati in Africa, e anche di Nairobi alcuni dicevano che era vuota, e che nessuno sapeva del Forum. Ma quando nelle strade si sono riversate centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze degli slum, quando la discarica di Korogocho, o la baraccopoli di Kibera, sono diventati per tutti un’esperienza concreta, volti, mani, occhi, progetti e non più solo il racconto accorato di un cooperante o di un missionario, la musica è cambiata e la realtà ha vinto, esplodendo di contraddizioni e di speranza.
Qualcuno ha detto: il rischio è che questi Forum diventino un po’ un rito. Ci si vede una volta l’anno e in mezzo le cose non cambiano. Altri funzionano un po’ come "sensori" della visibilità: fino a che l’evento non decolla se ne stanno defilati, poi dichiarano, spiegano, ammaestrano. Poi ci sono quelli che "l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare".
Ma ci sono pure quelli che questo lusso non se lo possono permettere, oppure semplicemente non funzionano così. C’è Ali, che è in Iraq e ai ragazzini che gli portano fucili dà in cambio palloni per giocare. C’è Rosario, battagliera donna del Guatemala, che dopo anni di lotta per i diritti umani contro le ‘sparizioni’ di persone sgradite al regime, oggi rintraccia persone che spariscono nelle voragini delle maquiladoras. C’è Tommaso, che è convinto che a Firenze, come in Bolivia e a Roma, abbiamo diritto a un’acqua pubblica. C’è Rahian, imprenditore indiano, che investe su un tessile più giusto e più pulito.
Poi Luca, che potrebbe pigliarsi più anni di Cuffaro. E c’è Silvano, che a Vicenza si ritrova una base militare in espansione sotto casa e che non si rassegna all’idea di non poter dire la sua. C’è Nandita che a Chennai se ne andrà in giro con il suo piumino, perché è vero che è una lavoratrice domestica, ma non per questo non vuole dare una bella ripulita alla nostra società.
Ci sono Jason, e Raffaella, che di notte festeggiano quando contano un altro paese, un altro evento. C’è Enrico che ha la bottega del commercio equo a Napoli, pensa che la ‘munnezza’ lo riguarda e come. C’è Hindi, che a Ramallah non rinuncia all’idea di vivere a casa sua in pace. C’è Alison, che nel cuore degli Stati Uniti non capisce perché nessuno lavori per far tornare a casa gli sfollati dell’uragano Katrina, finiti i pochi giorni di lacrime televisive.
Poi c’è Chico, che in Brasile il Forum l’ha fatto un po’ nascere, ma ancora non ha perso il gusto. Ieri sera era con noi in collegamento da Sao Paulo con la città dell’Altreconomia, ma anche ieri, e lo scorso anno. E pure domani. Come tutti gli altri. Chi non c’era si chieda perché.
 
di Monica Di Sisto
vicepresidente [Fair] – WSF 2008 press pool
 
 
Articolo su Liberazione giornale comunista del 27 gennaio 2008

L’uragano di destra e l’estremismo del piddì

Quello che colpisce, nel dibattito che si è aperto all’interno del partito democratico, è l’assoluta assenza di analisi politica, il rifiuto di considerare il futuro del paese come una delle variabili in gioco, e il prevalere di scelte personalistiche e lideristiche – condite con un po’ di arroganza e molta propaganda – che si tengono lontane mille miglia da quel senso dello Stato che – nei decenni passati – era stato uno dei punti di forza del riformismo. La verità è che del vecchio riformismo italiano – ne abbiamo scritto varie volte su questo giornale prima ancora della crisi di governo – non è rimasto più nulla. E’ stato sepolto dall’incapacità dei suoi gruppi dirigenti di difendere la propria autonomia dalla potenza del mercato e dei gruppi di potere capitalistici, e poi da una operazione "centrista" che ha estirpato le radici profonde della tradizione socialdemocratica e operaia che aveva sempre in qualche modo condizionato la sinistra moderata.
Ora la sinistra moderata non c’è più. Ha avuto la meglio quella specie di nuovo estremismo, isolazionista e radicalmente anticomunista (come si diceva una volta), che in questi mesi ha drammaticamente destabilizzato la politica italiana, spostato bruscamente verso il centro (e verso destra) il suo asse, delegittimato Prodi e l’alleanza di governo che si era costruita attorno a lui, infine creato l’incidente politico (il discorso di Veltroni ad Orvieto di ripudio dell’alleanza di governo) che, mescolato con l’affare Mastella (altro corno dell’estremismo politico in formato "personale") ha provocato la crisi, la caduta di Prodi, e rilanciato una destra che appariva in difficoltà, divisa, senza progetti.
Ieri i due principali leader del partito democratico "vincente", Walter Veltroni e Massimo D’Alema (che tante volte si erano presentati al pubblico in competizione tra loro) hanno firmato un patto di alleanza basato su una idea molto semplice e che – appunto – ha tutte le caratteristiche della scelta estremista e "privatista". Privatista nel senso che concepisce la politica non come un affare che riguarda la comunità, il paese, l’interesse generale – o di classe, o di idee, o di programma – ma come attività di manipolazione del potere ad uso di una persona o di un gruppo, o di un pezzo di ceto politico.
Veltroni e D’Alema hanno evitato di ragionare sulle cause del fallimento del centrosinistra, sugli errori, sull’abbandono del programma, sulle scelte conservatrici e talvolta pienamente di destra (vedi i temi della sicurezza e dell’immigrazione), sulla rottura con settori sociali tradizionalmente privilegiati (per esempio la classe operaia), sulla fine del riformismo, e anche sul ruolo negativo giocato dai frammenti liberal-democristiani dell’Unione (Dini, Mastella e altri): hanno preferito aggirare queste questioni ed elaborare una strategia della sconfitta e della resa.
Che vuol dire? Semplicissimo. Di fronte al rischio – evidentissimo in queste ore – di una svolta a destra, con fortissime caratteristiche reazionarie, che può travolgere il paese, spingerlo verso una crisi buia, verso il dominio della parte più arretrata e meno liberale della borghesia, verso nuovi grandi spostamenti di risorse e di potere, di fronte a questo uragano di destra che si profila (basta sfogliare i giornali o guardare in Tv le scene del parlamento, per capire quanto "storacismo" sia alle viste) il più importante partito del centrosinistra si dichiara interessato solo ai propri assetti interni e alle tecniche elettorali da adoperare per la propria convenienza.
E su questa base – del tutto disinteressato ai destini di tutti – delinea una strategia che prevede per l’immediato la riduzione del danno e per il futuro l’accettazione del berlusconismo e la subordinazione al suo schema. Ieri Veltroni e D’Alema hanno parlato di sovversivismo, di estremismo, di minoritarismo della sinistra radicale. E’ un modo per giustificarsi, per esorcizzare il proprio male. In questo momento il partito davvero sovversivo (nel senso che usava Gramsci riferito alle classi dirigenti) è il Pd, che dopo aver rinunciato al proprio ruolo riformista e di sinistra, rinuncia anche a quello di forza nazionale e "delega" il proprio futuro a Berlusconi e alla sua vittoria.
Cosa vogliono Veltroni e D’Alema? Andare a votare, essere battuti, consegnare il potere a Berlusconi, e poi ottenere da lui una qualche forma di alleanza che permetta una riforma elettorale in senso bipartitico, che cancelli dalla politica italiana il dissenso e la rappresentanza delle classi più deboli, e che realizzi il sogno di un potere centrista permanente, spartito – in forme da definire – tra due e due soli partiti entrambi moderati. L’idea di rifiutare qualunque accordo elettorale a sinistra, pur in presenza di una legge che prevede il premio di maggioranza – e dunque di consegnare, senza combattere, il potere a Forza Italia e alla destra, è la forma nella quale si realizza questa linea avventurista del Pd, e si subordina il proprio futuro al dialogo con Berlusconi.
La partita che si è aperta oggi in Italia è questa qui. Ha due fronti. Da una parte ci sarà la battaglia da combattere per evitare che la destra si impossessi in modo incondizionato e "dominatorio" di questo paese. Dall’altra, la lotta per evitare che il bipartitismo sommerga la democrazia italiana, le sue tradizioni, la sua cultura. Su questi due fronti è chiamata a combattere la sinistra. E’ chiaro che deve unirsi. Se non lo farà si assumerà una responsabilità storica enorme. E’ chiaro che, anche se unita, resterà una forza modesta, rispetto ai due colossi (destra e Pd) che dominano la scena. Ma se saprà assolvere alla funzione "generale" alla quale è chiamata (una volta si diceva al compito "nazionale"…) troverà una fonte altissima di energia e di forza proprio dalla grandezza e dall’importanza del ruolo che assumerà. E a quel punto molte partite potrebbero riaprirsi. Anche perché non è detto che tutti nel Pd (anche i suoi settori più moderni e avanzati, di ispirazione cristiana o socialista) siano disponibili a seguire il gruppo dirigente del partito nell’avventura moderata e isolazionista.
 
 di Piero Sansonetti
 
editoriale su Liberazione giornale comunista del 27/01/2008

L.R.

  L.R. Carrino

Acqua Storta

meridiano zero edizioni

 

 

 

Don Antonio è un boss della camorra napoletana. Ai figli ha insegnato i valori della Bibbia, perché la Bibbia "ci dice quello che dobbiamo fare, ci dice quali sono le cose giuste". E portare rispetto è una di queste. Suo figlio Giovanni i discorsi troppo complicati non li capisce, non è come il padre o come sua moglie Mariasole: la "famiglia" è l’unica realtà che conosce, e non si fa troppe domande. Un periodo al carcere minorile, un matrimonio combinato per mettere pace fra la sua gente e quella di Don Pietro Simonetti, gli affari di famiglia. Poi un giorno Giovanni incontra Salvatore.
E in Salvatore si perde: attrazione inattesa, scombussolamento di viscere, fino a non poterne più fare a meno. Ma il loro amarsi è "una bestemmia sull’altare di Santa Chiara". Con il suo amore Giovanni manca di rispetto a sua moglie e soprattutto alla famiglia. E nel mondo di Don Antonio questo è il peccato più grande. Un peccato che si paga molto caro. E quindi precauzioni, sotterfugi e testimoni eliminati, che non bastano però ad arginare il fiume in piena. A Giovanni sembra che tutti conoscano il loro segreto. Bisogna mettere la cosa a tacere. A ogni costo. Prima che sia troppo tardi.
Una storia che inizia a poche ore dall’epilogo, per ricostruire in una carrellata a ritroso gli eventi dei pochi giorni precedenti. Una prosa fluida e inesorabile come il percorso di un proiettile.

“Io, assessore frikkettone al potere”

 

Citazione

"Io, assessore frikkettone al potere"

Provincia, il folkabbestia Losito responsabile della Cultura

di Lello Parise

Un frikkettone al potere: il violinista dei Folkabbestia Fabio arrepetiscion Losito, 31 anni, da ieri pomeriggio è il nuovo assessore alla Cultura dell´amministrazione provinciale: «Provo un´emozione indescrivibile». Il presidente Enzo Divella lo nomina e gli fa «i migliori auguri». Nicola Fratoianni, segretario del Prc, dopo un tira e molla che andava avanti da quarantott´ore riesce a convincere l´industriale della pasta: «Siamo soddisfatti. E´ una buona proposta e una bella cosa».

Losito è frastornato: «Non me lo aspettavo. Con i tempi che corrono e con la sfiducia nella politica che c´è… Né è facile per un frikkettone ottenere un riconoscimento del genere. Forse assumo una responsabilità che è più grande di me, ma tirarmi indietro sarebbe stato da vigliacchi».

La trattativa con Rifondazione per rimpiazzare l´ex assessore, Vittorino Curci, che si era dimesso prima delle vacanze di Natale, sembrava una passeggiata sulle spine. Nessuno, a quanto pare, voleva gettarsi nella mischia quando manca soltanto poco più di un anno al termine della legislatura. Alla fine Fratoianni l´estroso tira fuori l´asso dalla manica: «Quella di Losito è una delle operazioni inaspettate che solitamente producono ottimi risultati. Divella avrà tutto da guadagnarci. Ecco perché abbiamo insistito col presidente perché accettasse non una terna di nomi, ma l´unico candidato che gli avevamo proposto».

Divella non capisce, ma si adegua. Accoglie «l´indicazione del partito», ma a sua volta insiste: «Dovrà indossare la giacca e una cravatta. Diversamente non potrà partecipare alle sedute della giunta». Losito, look eclettico, è anche un capellone. Il presidente sospira: «Mi ha promesso che li terrà legati, i capelli». Poi, ride: «Gli ho fatto pure io una promessa». Quale, scusi? «Durante le riunioni dell´esecutivo mi metterò una parrucca, così faccio in modo che si senta a proprio agio: sì, insomma, come se fosse a casa sua». Divella mantiene sempre la parola data: nel 2005, per la campagna elettorale di Nichi Vendola, andava in giro con un orecchino, come quello che continua a penzolare dal lobo sinistro del governatore.

Losito, che festeggia a tutta birra con i Folkabbestia & C. la nomination, assicura: «Giacca e cravatta? Non ho problemi». E puntualizza: «Sarà difficile, piuttosto, che mi tagli i capelli, come mi ha suggerito il presidente: non lo faccio da quindici anni. Comunque non sono qui per dimostrare di essere un fenomeno estetico. C´è qualcosa di più importante a cui pensare». Cioè? «Fare rete». Prego? «Mettere insieme energie: economiche e professionali. Il mondo di cui dovrò occuparmi, un patrimonio inestimabile, è come se vivesse in stanze separate ed eternamente in lotta per la sopravvivenza».

Questo perché, probabilmente, non è che ci sia granché da scialare. «Ah, io sono un esperto nel lavoro senza soldi». Ha un sogno nel cassetto, Fabio arrepetiscion, e lo confessa con un filo di voce perché è come se volesse proteggerlo: «Mi piacerebbe almeno gettare le basi affinché la Puglia diventi un laboratorio artistico-culturale di livello nazionale e internazionale».