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Barbara Schiavulli – http://spaces.msn.com/barbaraschiavulli/

Questa è la storia di un sogno. Di una persona che ha attraversato il mondo, aiutato dalla forza di sopravvivere che aveva dentro. Correrà alle Olimpiadi, ma per me ha già vinto. Non ha certo bisogno di competere per dimostrare chi è e quanto è forte. Non aveva molte frecce nel suo arco. Nessuno avrebbe scommesso su di lui neanche un centesimo. Eppure ci ha creduto.
 
Ha preso il suo sogno tra le mani e lo ha portato fino in Cina.
E’ una bella lezione per tutti quelli che si accontentano di una vita che potrebbe essere migliore se solo avessero il coraggio di renderla tale. Forse mi sbaglio. Non lo so.
 
Vorrei scrivere più spesso storie come questa. Chi le scrive infondo le fa diventare un po’ proprie. E forse poi anche chi le legge. Vorrei che vincessero tutti quelli di cui ho scritto, gli iracheni, l’afghana che non partecipa più, il mio amico del Taekwoondo che avrebbe dovuto esserci a queste olimpiadi e invece è stato ucciso e sepolto in una fossa comune.
buonanotte,
b.
 
Ps. Una notizia che renderà felici molti spero. Mi è stato proposto un contratto all’espresso di quattro mesi, dal 1° settembre, come a scuola, al 31 dicembre in tempo per un’altro desiderio. Ho accettato.
Non girerò molto e questo mi atterrisce, a differenza di molte persone che fanno questo lavoro, in tutto questo tempo, ho creato dei legami profondi con luoghi e persone. Forse proprio perché ho vissuto la fatica dell’essere freelance che mi ha permesso di vivere certe situazioni privilegiate, anche se è strano dirlo. Per l’occasione e visto che volevo esserci, pare che le elezioni in Iraq previste per novembre, saranno rimandante all’anno prossimo.
 
Sono pronta ad una nuova sfida, era diventato faticoso, estenuante. Mi arrabbiavo troppo.
Ma non rimpiango niente. E’ stato favoloso.  Duro. Penso a quando ho sbattuto la porta di Avvenire e credevo che non sarei riuscita a continuare in questo lavoro. E invece è stata solo una gran fortuna. Penso a quando mi dissero di non partire per l’Iraq e non ascoltai trascorrendo ogni giorno con il pensiero di dimostrare che avevano torto. Oggi so che non aveva importanza dimostrarlo. Era giusto andare e basta.
 
Penso che se non avessi mai lasciato Il Gazzettino oggi forse sarei felicemente assunta da loro. Scriverei in cronaca nera, passeggerei per le calli, ma sapevo che non potevo rimanere li’, per quanto forse non me ne sia mai del tutto andata. Come da Gerusalemme che mi ha tolto molto, ma mi ha fatto capire quale fosse il mio posto. Chi volevo diventare. Anche se adesso non me lo ricordo più.
 
E poi tutti gli altri posti e le persone. Quelle che Olivia, la sorella di B1 chiama "i non astratti", quelli che vivono con il cuore. Come il buon killer Sam che mi dice sempre che ha infranto tutti i comandamenti. O il signor Obeid che ha perso un figlio in un attentato e gli altri due al funerale del primo. O Sami che prima era il mio capo quando scrivevo al Jerusalem Times e poi è diventato il mio traduttore dieci anni dopo. O Nasreen con le sue catene ai piedi e lo sguardo spento. O la ragazza che ha finto di essere un maschio per dieci anni per poter lavarare durante il regime dei Talebani e sfamare la sua famiglia. O tutti gli altri.
 
Si apre un’altra porta. Una porticina. La prendo a gran passo, anzi a passo di Tango, che mi piacerebbe molto imparare. E per ora questo è tutto. Aribuonanotte,
B.
 
 
 
Eco
Quando è fuggito, ha corso e corso ancora. I militanti che lo inseguivano avevano dei fucili più grandi di lui che era solo un bambino di sei anni. Sono trascorsi 16 anni da quel giorno quando venne rapito dalla guerriglia e corre ancora, ma questa volta, Lopez Lomong corre verso i suoi sogni.
Reggerà la bandiera degli Stati Uniti ai Giochi Olimpici di Pechino. Viene dal Sudan, ma corre per l’America che lo ha adottato. La sua corsa è cominciata una domenica quando durante una messa nel suo villaggio di Kimotong è stato rapito dalla guerriglia Janjaweed. Aveva solo sei anni. I suoi genitori lo credettero morto, scavarono una fossa, misero una bara vuota e una bella lapide su cui piangere.
Ma Lopez, Lopepe per gli amici, non era morto, era sopravvissuto alle torture, alla fame, alla dissenteria, ad una guerra che era ancora troppo piccolo per capire. I guerriglieri volevano trasformarlo in un bambino soldato, volevano che diventasse un piccolo mostro senza paura e lui ancora una volta corse via. Fuggì dai militanti e in tre giorni attraverso foreste e strade deserte ha raggiunto il confine del Kenia.
I nove anni successivi li trascorse  in campo profughi gestito da missionari cattolici. “Non c’era niente al campo, giocavo a palla e correvo, spesso non avevo neanche le scarpe”.
Il suo grande amore era lo sport, lo faceva sentire bene, lo faceva sentire lontano dal suo passato, correva fino a sfinirsi, fino a dimenticare. Ogni giorno un po’ più forte e un po’ più veloce. Nel 2000 corse 8 km per vedere in un bar le Olimpiadi di Sidney e per la prima volta vide Michael Johnson vincere i 400 metri.
Fu lì, in un bar di poveracci, che promise a se stesso che un giorno avrebbe corso come quell’uomo. Fu una lettera a cambiare la sua vita, aiutato da un’Ong in visita al campo profughi, la spedì all’ufficio Immigrazione americano, i funzionari furono talmente commossi dalla sua storia che decisero di dargli una possibilità.
A sedici anni arrivò in America, insieme ad altri 3800 ragazzi assegnati al programma “I ragazzi perduti del Sudan”. Venne affidato alla Famiglia Rogers di Tully nello Stato di New York.
“Quando è arrivato, ero sopraffatto – racconta Robert Rogers, il padre adottivo che prese due altri ragazzi sudanesi – Lopez non sapeva se fidarsi e noi gli abbiamo detto che la nostra casa era sua”. Ma la sua vera famiglia che lui credeva morta tornò a dare notizie, sua madre e i suoi fratelli erano ancora vivi. E dalla gioia non poté fare altro che correre. “Tanto potente quanto indisciplinato. Ma non ho mai visto nessuno allenarsi più duramente”, ha detto il suo primo allenatore.
E mentre gareggiava e vinceva, Lopez finì anche per scoprire di essere ancora un ragazzo, con l’hip hop, la scuola di turismo per “quando tornerò in Africa”, convinto che il suo paese di origine abbia ancora bisogno di lui.
“Sono venuto negli Stati Uniti senza aspettarmi niente ed ho avuto tutto, ora voglio ricambiare il favore e vincere per il mio paese e la mia terra”. Sette anni dopo il suo arrivo a New York Lopez si è qualificato per le Olimpiadi. Il Darfur resta nel cuore di Lopez, membro di un gruppo che si occupa di suscitare l’interesse sulle problematiche del suo paese, sa che la sua presenza ai Giochi è anche politica. La sua storia racconta di un governo, quello sudanese che appoggia la guerriglia che ha distrutto la sua famiglia e che continua oggi a farlo nella regione del Darfur e la sua storia accusa la Cina di vendergli armi in cambio di petrolio.
“La bandiera a stelle e strisce è il simbolo di tutto quello che ho passato”. Lopez è stato scelto come portabandiera senza esitazione. Al dito indosserà l’anello portafortuna che gli ha dato la mamma adottiva Barbara e pronuncerà la frase che lo ha portato dal Sudan a Pechino, dalla morte a un sogno: “Non sarò mai secondo. Voglio vincere.