Slowtravel

 

un modo moderno, o forse antico, di viaggiare per esplorare luoghi, confrontare stili di vita, stampare nella propria memoria cartoline di vita vera.

Questo sito sarà il punto di riferimento virtuale della comunità costituita da persone che hanno la voglia (e la possibità) di visitare luoghi diversi da quello dove vivono senza lasciarsi travolgere dalla necessità di vedere tutto e subito.

Una volta a regime (le prime sezioni saranno completate entro il mese di ottobre 2007, le altre a seguire), il sito si comporrà delle sezioni riportate anche sotto il titolo.

la sezione Stili riguarderà i vari possibili modi di realizzare lo "slow travel"
la sezione Partiamo rigurarderà le varie possibilità di mettere in atto il desiderio di partire, quindi verranno indicati gli operatori che permettono di spostarsi;
la sezione Iniziative sarà dedicata alla realizzazione di alcune interessanti iniziative che si intende avviare
la sezione Comunità sarà il luogo dedicato all’interazione tra i vari partecipanti alla comunità
la sezione Viaggi di Carta conterrà tutte le informazioni per "viaggiare senza partire", ovvero letture di viaggio, film, musiche, ecc.
la sezione Chi Siamo conterrà infromazioni sulla comunità, sul sito e sulle persone che collaborano al relativo sviluppo

fonte:http://www.slowtravel.it/

L’antispecismo

è il movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo.
Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla diversità razziale umana, l’antispecismo respinge quella di specie e sostiene che la sola appartenza biologica ad una specie diversa da quella umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente.
L’approccio antispecista ritiene
che le capacità di sentire (di provare sensazioni come piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative della specie umana;
che l’attribuzione di tali capacità agli animali non umani comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, da equiparare a quello normalmente riconosciuto agli individui umani;
che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra individui umani ed individui non umani.

fontehttp://it.wikipedia.org/wiki/Antispecismo

hikikomori

E’ strano che le parole giapponesi abbiano un suono così dolce anche quando indicano cose spiacevoli e dure. E’ stato il caso di “tsunami”, è il caso di “hikikomori”.
Hikikomori significa “ritiro” e indica una modalità con cui alcune centinaia di migliaia di giovani giapponesi hanno "deciso" di esprimere il proprio male di vivere.
Una mattina, quando aveva 15 anni, Takeshi si chiuse alle spalle la porta della sua stanza e non vi uscì più per i successivi quattro anni.
Non andò più a scuola, non lavorò, non incontrò amici. Mese dopo mese, 24 ore al giorno, visse (se vita si può chiamare) in una stanza non più grande di un grosso materasso, mangiando gnocchi, riso e altre pietanze che sua madre cucinava, guardando giochi televisivi e ascoltando i Radiohead.
”Qualcosa” diceva “che fosse scuro e suonasse disperato”.

Anche Y.S., quando aveva 14 anni e dopo anni di maltrattamenti psicologici da parte dei compagni di scuola, si era ritirato nella sua stanza e aveva continuato a guardare la televisione, a navigare su internet e a costruire modellini di automobili per 13 anni. Metà della sua vita.
Sono queste due delle tante storie di hikikomori raccontate in un lungo e bell’
articolo del New York Times del 15 gennaio scorso.

La parola hikikomori fu coniata dal dott.Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica in un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.
Il dott. Saito è oggi il maggior esperto di questo disturbo e ha scritto diversi articoli e libri sull’argomento, compreso: “Come salvare vostro figlio dall’hikikomori”.

La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo negli ultimi 10 anni e il dott. Saito stima che un milione di giapponesi ne siano coinvolti, praticamente l’1% della popolazione.
Stime più caute parlano di un range compreso fra 100.000 e 320.000 individui.
Sebbene esistano anche ragazze, circa l’80% di hikikomori sono maschi, i più giovani hanno 13-14 anni, e i ritiri, questa sorta di “autosequestri”, possono durare anche più di 15 anni.

Sulle cause del fenomeno si fanno solo ipotesi. Come l’anoressia, la cui diffusione è pressocchè limitata alle culture occidentali, anche l’hikikomori sembra essere una sindrome culturale che si sviluppa in un paese specifico durante un particolare momento della sua storia.
I giapponesi hanno dato la colpa a qualunque cosa: alle madri oppressive e a quelle assenti, ai padri troppo impegnati, al bullismo scolastico, all’economia in recessione, alle pressioni accademiche e ai video game.
Ma il tutto va probabilmente collocato sullo sfondo di una società sociologicamente in crisi e che, soprattutto, si nutre di una cultura dalle caratteristiche uniche al mondo e non sempre "sane".
James Roberson, antropologo culturale al Tokyo Jogakkan College ed editore del libro “Uomini e mascolinità nel Giappone contemporaneo” punta il dito su un particolare atteggiamento giapponese nei confronti del successo personale.
Secondo Roberson i ragazzi cominciano a percepire una forte pressione all’autorealizzazione già nella scuola media e l’hikikomori potrebbe essere una resistenza a questa pressione.
Anche il dott. Saito, che ha trattato più di 1000 hikikomori, attribuisce il disagio al contesto familiare e sociale, all’interdipendenza fra genitori  e figli e alle pressioni su di essi, in particolare quelli più grandi, perché siano eccellenti negli studi e nella professione.
Se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’elite o un’ azienda di prestigio molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento.
Molti fra gli stessi pazienti raccontano di anni scolastici da incubo, di episodi di bullismo, in cui venivano maltrattati per essere troppo grassi o troppo magri o persino per essere migliori di qualcun altro nello sport o nella musica. Come usano dire i giapponesi: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”…

I sintomi. Oltre all’isolamento sociale gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di  comportamenti ossessivo compulsivi, ma non è facile comprendere se questi siano una conseguenza della reclusione forzata a cui si sottopongono o una concausa del loro chiudersi in gabbia.
Alcuni hikikomori si fanno la doccia per diverse ore al giorno e indossano guanti spessi per tenere a bada i germi, mentre altri strofinano le mattonelle nella doccia per ore e ore.
Nonostante lo stereotipo sia quello di un uomo che non lascia mai la sua stanza, molti reclusi si avventurano fuori, una volta al giorno o una volta alla settimana, per andare in un Konbini, un supermarket aperto 24 ore.
Lì possono trovare colazioni a portar via, pranzi e cene, e poiché di solito si svegliano a mezzogiorno e vanno a dormire al mattino presto, il konbini è una scelta sicura e anonima a tarda notte. La cassiera non parla e tutti gli altri stanno a casa a dormire.

Perchè il Giappone?
In altre società i problemi di adattamento giovanile sono i medesimi, quello che cambia sono probabilmente le risposte che un ragazzo occidentale può fornire.
Si può entrare in una gang, si può diventare "gotici" o diventare parte di qualche altra subcultura.
In Giappone invece, dove l’uniformità è ancora la norma e la reputazione e le apparenze esteriori sono importantissime, la ribellione si trasforma in forme mute come l’hikikomori.
Quello che in altre culture si esplica con l’abuso di sostanze o altri fenomeni “rumorosi”, in  Giappone si tramuta in apatia e in altre "proteste silenziose".

La clinica. Nell’articolo del NYT si descrive il programma "New Start" che offre un alloggio in comunità e un programma di formazione-lavoro.
Gli operatori sono per lo più ragazze, che lavorano, anche molti mesi, per instaurare un legame che costituisca un ponte sicuro fra l’hikokomori e il mondo esterno.
Una volta a settimana, l’operatrice fa visita al ragazzo convincendolo gradatamente a uscire dalla sua stanza e poi a lasciare la propria casa per cominciare il programma New Start.
In qualche caso ci vogliono molti mesi, in qualche altro anche anni.

Alla quinta visita Y.S. si rifiutava ancora di parlare.
Così Kawakami, l’operatrice, gli chiese di scrivere una lettera su sé stesso.
Y.S. scrisse la sua data di nascita e che amava fare modellini di automobili.
Quando Kawakami gli chiese di creare un’automobilina per alcuni bambini del centro diurno, due settimane dopo Y.S. gliene diede una, meticolosamente dettagliata e dipinta.
Sembrava molto contento. Era come se nessuno gli avesse mai chiesto di fare qualcosa per qualcun altro prima di allora.
Le visite dell’operatrice continuavano, ogni settimana per sei mesi lei incoraggiò Y.S a porsi l’ obiettivo di lasciare la sua stanza e la sua casa prima del suo compleanno.
Il giorno prima del suo 28 esimo compleanno, lo scorso aprile, dopo 13 anni di isolamento Y.S. ha messo due scatole dentro la macchina di Karakami e hanno guidato per due ore verso la comunità di New Start…il nuovo inizio.

Barbara Schiavulli

Salgo su un taxi. L’autista con la kippa incollata alla testa guarda nello specchietto retrovisore e dopo aver capito che non parlo ebraico mi chiede di dove sono. Italiana. “Giornalista allora. Tutti gli stranieri in questo momento sono giornalisti”. E’ vero, almeno 500 stranieri scalpitano per entrare a Gaza. Ma la guerra sembra finita. O meglio dopo il colpo alla scuola delle Nazioni Unite e dopo l’annuncio che in questi dodici giorni sarebbero morti almeno 100 bambini e degli altri molti sarebbero ragazzini, qualcosa si è spezzato. Anche gli israeliani che hanno silenziosamente appoggiato questa invasione, alle parole “bambini morti”, storcono il naso.
Va bene difendersi, va bene fare piazza pulita, ma i bambini sono ancora bambini. Non per il mio tassista, almeno non all’inizio. “Quei terroristi usano i bambini come scudo. Noi dobbiamo difenderci e quei maledetti usano i bambini”. E’ vero, è orribile. Disumano. Ma sapere che un terrorista si nasconde dietro un bambino e uccidere lo stesso per far fuori il terrorista, mi suona alquanto difficile da digerire. Non riesco a vedere chi ha più pelo sullo stomaco tra chi mette un bambino in pericolo per proteggersi e chi spara sapendo che ci sono dei bambini, anche se le intenzioni sono di salvarne altri. E’ un po’ come per uccidere dei terroristi che hanno in mano degli ostaggi, si decidesse di fare fuori anche loro, così si è risolto il problema. Molti palestinesi sono ostaggio di Hamas. Sono in quella pentola a pressione che si chiama Gaza, una terra dove non si può fuggire, dove non si può pensare, dove non puoi prendere la macchina e trovare un’aiuola dove far giocare i tuoi bambini. E’ sabbia, polvere, macerie.
“Abbiamo lasciato le colonie di Gaza, potevano costruire case e lavorare. Potevano trasformare Gaza in un resort. Ma non hanno voluto”, dice il tassista e l’israeliano medio. E come si costruisce una Gaza felice dove un palestinese non può uscire neanche per farsi un esame medico? Frontiere chiuse. “Certo perché loro ci lanciano i razzi”. Non tutti lanciano i razzi, ma tutti vengono puniti e trattati come bambini cattivi. “Allora non c’è soluzione”. No, fino a che vi chiederete chi ha iniziato prima e chi deve smettere prima. E’ nato prima l’uovo o la gallina? Hanno sparato prima gli israeliani o i palestinesi?
Entro dal parrucchiere. Il solito degli ultimi 11 anni quando sono in Israele. Il parrucchiere non è mai un posto qualsiasi. E’ dove donne di ogni età e ceto si incontrano, si rilassano, scambiano due chiacchiere fra sconosciuti tra una spazzolata e il suono sordo del phon. Non è certo una sala universitaria traboccante di persone con un’opinione, ma è il posto dove ci si lascia trasportare dall’umore delle donne. Non tira una bell’aria. Ci sono tre signore, una di origine greca, un’altra polacca e un’altra russa. Due di loro hanno una certa età, l’altra è più giovane. I parrucchieri, rigorosamente uomini, ci portano tè e caffè, anche loro quando capiscono che non parlo ebraico, passano subito all’inglese, un po’ sdentato. Due signore hanno i figli al fronte e sono preoccupate, una si emoziona mentre lo dice e con delicatezza il parrucchiere le solleva la testa. “Ha solo 19 anni, il mio bambino”. Il bambino stringe tra le mani un m16 e probabilmente negli occhi conserverà l’orrore di quello che ha visto in questi giorni. Perché per quel poco che ho conosciuto i militari, non è vero che tutto scivola addosso, così come non è vero che “ai palestinesi non importa niente dei figli”. Non so quante volte ho sentito questa frase.
L’altra signora dice che suo figlio ha appena finito di studiare all’università, che entrerà a lavorare nello studio legale del padre. Mi dice che i suoi genitori sono arrivati qui dopo la seconda guerra mondiale, che della loro famiglia non era rimasto nessuno, erano stati tutti sterminati. “E’ un dolore che ti porti dentro anche se non lo hai vissuto, ti viene trasmesso, non so spiegare”. Ho una botta di cinismo e mi chiedo quando potrebbe guadagnare un analista in questa terra. E i bambini palestinesi morti? Le signore non rispondono come il tassista. “E’ una cosa orribile, se penso a quelle madri mi si stringe il cuore”, dice una, l’altra va oltre, “se penso che uno dei nostri figli tornerà con il peso di aver ucciso qualcuno, anche fosse solo un terrorista, sento già una parte di me morire”. L’altra annuisce. “Questa terra ci ha trasformato in carnefici, tutti quanti, che lo si faccia per difendersi o per resistere, non conta. Uccidere è uccidere”. Annuiscono ancora. “Dovremmo essere migliori, ma siamo intrappolati dal nostro volere e dal desiderio di sopravvivere e questo non può essere sbagliato, ma da qualche parte c’è un intoppo”. Scuotono le teste asciutte mentre una nuvola di lacca profumata addolcisce l’aria.
“Andiamo a casa ora, la televisione è sempre accesa, speriamo che tutto finisca presto, quando squilla il telefono, tremo per paura che mi dicano qualcosa di brutto”, dice una. “Lo so, sono venuta qui solo costringermi ad uscire di casa, stavo diventando matta”.
Domani forse si entra a Gaza. Era giugno l’ultima volta che ci sono stata. La jihad islamica lanciava i razzi, mai avrebbero pensato ad un risposta tanto dura. Immagino che le persone che intervistai non ci sono più, come la metà di quelle che ho tentato di rintracciare in questi giorni.

RISCHI DA FACEBOOK

Il 5% degli utenti ha sviluppato una dipendenza compulsiva ‘Il 5% degli utenti di Facebook ha sviluppato una dipendenza compulsiva dal sistema’. Ad affermarlo, e’ Maria Burani Procaccini. L’ex presidente della commissione bicamerale per l’Infanzia, sostiene che Facebook ‘sta diventando una sorta di catena di Sant’Antonio che coinvolge oltre misura e che, in questi casi, comporta una sorta di totale dipendenza dal sistema, per cui c’e’ chi non puo’ farne assolutamente a meno. E’qualcosa di estremamente pericoloso su cui riflettere’.

 

fonte ANSA – CATANZARO, 1 GEN