La critica alle Fabbriche non è gossip «Occasione persa per discutere del caso»

Lettera di Serra, del comitato di «Democrazia e diritto»
dopo la recensione del saggio del sociologo Romano

Gli stati generali delle Fabbriche di Nichi lo scorso lugio a Bari (foto Arcieri)Gli stati generali delle Fabbriche di Nichi lo scorso lugio a Bari (foto Arcieri)

 

Sul Corriere del Mezzogiorno di sabato, Felice Blasi ha scritto un interessante articolo sul sociologo barese Onofrio Romano, il quale in un saggio apparso sull’ultimo numero di Democrazia e diritto ha offerto una interpretazione «molto documentata» delle Fabbriche di Nichi e, più in generale, del fenomeno Vendola. Si tratta di un saggio molto importante (è, forse, il primo studio scientifico e critico su Vendola) che avrebbe meritato da parte del più influente quotidiano pugliese un confronto puntuale e sistematico, perché se, invece, si isola – come ha fatto Blasi nel suo intervento – un brano del suo lavoro dal contesto dentro il quale esso è inscritto, e si ragiona semplicemente su di esso, vi è il rischio non solo di travisare e falsare l’intero pensiero di Romano, ma anche di disperdere una occasione preziosa per incominciare a riflettere su un fenomeno che è sempre più al centro della scena politica nazionale.

Nel momento in cui Vendola si candida alla guida del paese occorre vedere bene le sue carte, ed è compito di una cultura critica incominciare a fare delle domande, perché non è sul divieto di fare domande che può rinascere oggi una nuova sinistra nel nostro paese. Dell’intervento di Blasi mi colpisce innanzitutto l’ingenerosità nei confronti del lavoro di Romano. Del ricco e documentato saggio del sociologo barese, Blasi isola, infatti, il brano più infelice, e concentra esclusivamente su di esso l’attenzione. Col risultato, davvero infelice, di comunicare al lettore che Onofrio Romano considera il movimento giovanile vendoliano sostanzialmente pagato da Vendola con i soldi della Regione Puglia. Così si distorce profondamente il pensiero di Romano, al quale non solo viene imputata un’analisi del vendolismo che non è la sua (Romano è troppo vendoliano per ridurre a questo il problema complesso della formazione del consenso), ma gli viene imputato anche una sorta di disprezzo (morale) per i precari che nel saggio di Romano non c’è, e che Romano, ovviamente, non ha. E tuttavia, anche quel brano infelice del saggio di Romano che Blasi mette al centro della sua ricostruzione avrebbe meritato una analisi più puntuale e più spregiudicata. Perché fa vedere comunque un intreccio complesso che è tipico di tutti i movimenti personali, di quel fenomeno della personalizzazione della politica che è il vero cancro delle nostre società democratiche. Vendola ha moltissimi meriti, tanto che io stesso, pur non essendo vendoliano e pur votando per un partito diverso dal suo, ho firmato l’appello per la sua elezione a Presidente, prima, e poi per la sua ricandidatura.

Alcuni problemi tuttavia permangono, e su di essi occorrerebbe una attenta e puntuale disamina critica. In questa sede ne cito solo due, che mi sembrano rilevantissimi: la critica del partito, il rapporto leader-popolo. Sul partito il discorso è molto semplice: il partito oggi non c’è – ha ragione Vendola – ma senza partiti non c’è democrazia, e occorre capire bene che cosa è una democrazia senza partiti e su quale idea di sinistra essa si fonda. Stesso discorso andrebbe fatto sul modo come Vendola coniuga il rapporto leader-movimento. L’identificazione integrale tra leader e movimento, propugnata e praticata da Vendola, a quale tradizione della sinistra appartiene? Può darsi che sia una cosa nuova, che il mio conservatorismo mi inibisce di vedere. Ma se, invece, è una cosa vecchia, come a volte sono portato a pensare, lo dobbiamo sapere, ed è compito di una cultura critica chiederlo, informarsi, fare delle domande, perché dal divieto di fare domande può sorgere solo un mondo che non ci piace, e che, ancora una volta, non sarà il nostro mondo.

Pasquale Serra (componente del Consiglio direttivo di Democrazia e diritto)

LA RISPOSTA – Il giornalismo culturale, per come lo intendiamo, deve servire a creare dibattito e sollecitare la curiosità dei lettori, a cui spetta l’ultimo giudizio. La citazione a cui Serra si riferisce proviene testualmente dal saggio di Romano e l’ho riportata così com’è: il contesto da cui è tratta non ne diminuisce la portata, che non è quella di imputare a Romano un disprezzo morale per i precari, ma di dare un esempio dei nuovi meccanismi di organizzazione del consenso. Piuttosto, Serra dovrebbe domandarsi perché, pur essendo il saggio di Romano circolato molto negli ambienti di sinistra, era finito sotto una cortina di silenzio che solo il Corriere del Mezzogiorno, e chi scrive, ha voluto spezzare. Se la critica è servita ad informare dell’esistenza di questo interessante lavoro di Romano, e aprirà magari una discussione, il nostro obiettivo giornalistico è stato raggiunto. (f.b.)


25 gennaio 2011

fonte: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2011/25-gennaio-2011/critica-fabbriche-non-gossipoccasione-persa-discutere-caso-181325500920.shtmlfonte:

 

SHEPARD FAIREY (OBEY)

A Private Collection
dal 29/01/2011 al 24/02/2011

 

Mondo Bizzarro Gallery, piattaforma per le arti ipercontemporanee del XXI secolo, è orgogliosa di presentare la prima, importante mostra in Italia dedicata a Shepard Fairey (Obey). Dell’artista statunitense, universalmente noto grazie al manifesto elettorale a favore di Obama, che nel 2008 apparve sui muri di tutta l’America annunciando semplicemente «HOPE», saranno esposte oltre sessanta opere, tra serigrafie e pezzi unici, molte delle quali rarissime e mai viste prima in Italia.

Shepard Fairey, artista quarantenne proveniente dalla scena dello skatebording, è stato spesso accostato alla figura storica di Andy Warhol, al quale lo accomuna non solo il lavoro con i multipli d’artista e in particolare con la serigrafia, ma anche la necessità quasi fisica di moltiplicare la propria presenza in vari settori economici e mediatici. Sono nate così negli anni le etichette di abbigliamento OBEY, la rivista «Swindle», la galleria Subliminal Projects e una miriade di altri progetti. Ma là dove Warhol ritraeva i suoi contemporanei baciati dal successo e dalla gloria Obey preferisce puntare i riflettori sull’America liberal e progressista. Il Subcomandante Marcos e Angela Davis sono stati tra i suoi soggetti, così come donne guerrigliere di ogni parte del mondo, ingentilite da fiori che spuntano immancabilmente dalle canne dei fucili.

La sua ormai ventennale carriera inizia nel 1989 quando, ancora studente di design, crea la sticker campaign “Andrè The Giant Has a Posse”, tuttora in corso con la sigla “Obey Giant”, e se il punto di partenza di Shepard Fairey è il fertile terreno delle subculture di strada, i suoi richiami più evidenti sono con l’artista americana Barbara Kruger e i movimenti radicali degli anni Settanta, assieme alle influenze (dichiarate) di Heidegger e Marshall McLuhan.

Assieme a Banksy Shepard Fairey è senz’altro la figura più conosciuta dell’Urban Art, e come l’artista britannico riesce ad attirare in egual misura tifosi e detrattori del suo lavoro. Ormai saldamente inserito nel circuito delle gallerie, oggetto di numerose e importanti acquisizioni pubbliche museali, Shepard Fairey continua a far parlare di sé, a investire i suoi proventi in nuove iniziative artistiche e benefiche e ad essere una figura di punta della controcultura americana, l’unica probabilmente a finire in carcere nello stesso anno in cui riceve un pubblico ringraziamento da parte del Presidente degli Stati Uniti. Senz’altro un uomo in grado di far emergere le contraddizioni più evidenti del “sistema”.

* * *

Provenienti da una collezione privata romana e raccolte nel corso degli ultimi dieci anni le opere di Shepard Fairey sono disponibili per la  vendita. A corredo della mostra la galleria produrrà un catalogo, primo libro dedicato a Shepard Fairey a uscire in italiano.

fonte: http://www.mondobizzarrogallery.com/home.asp

MAZINGER EDITION Z: THE IMPACT! – 1^TV SU MAN-GA

 

FASCIA 22.00/23.00

MAZINGER EDITION Z: THE IMPACT! – 1^TV

tutti i venerdì dalle 22:00
in replica:
sab 20:00 – 02:00
dom 12:00
lun 15:00 – 01:30

Un gruppo di scienziati scopre nei sotterranei del monte Fuji un nuovo tipo di materiale grazie al quale è possibile ottenere un’immensa fonte di energia chiamata Energia Fotonica e una super lega d’acciaio, la lega Z. Il malvagio Dott. Hell, uno degli scienziati a cui si deve la rivoluzionaria scoperta, decide di creare un’armata costituita da giganteschi robot scoperti nell’isola di Bardos, in cui un tempo risiedeva la mitica civiltà micenea. Non ha fatto i conti, però, con Juzo Kabuto e con suo nipote Koji che eredita dallo zio un’incredibile arma con la quale difendere l’umanità: Mazinger Z. Il ragazzo viene aiutato nell’eroica impresa dalla bella Sayaka Yumi, pilota del robot Aphrodite A e figlia del professor Yanosuke Yumi, l’uomo alla guida dell’istituto di ricerca sull’energia fotonica, dal fratellino Shiro Kabuto, dall’investigatore Yamitaro Ankokuji e da Boss e la sua banda.

Mazinga Z. è stato uno dei primi anime giapponesi  a soggetto robotico ad arrivare in Italia entrando nell’immaginario collettivo di più di una generazione. La portata  rivoluzionaria di quest’opera si deve al maestro Go Nagai, considerato uno dei più importanti mangaka di tutti i tempi.  Il successo di Mazinga Z fu così totale e immediato da dare il via a un gran numero di sequel e da divenire una delle pietra miliari del genere robotico. Nel 2009 Yasuhiro Imagawa, già autore dei sette OAV dedicati a Giant Robot, grazie allo sponsor Bandai e alla televisione TvTokyo, riscrive e rilegge Mazinga Z in una serie di 26 episodi che sono, a tutti gli effetti, un remake dell’opera di Go Nagai: nasce così Mazinger Edition z: The Impact!

Mazinger Edition z: The Impact! rivela, fin dal primo episodio, l’intento diYasuhiro Imagawa di procedere con un remake che contempli tanto il passato quanto il presente. Il passato perché sarebbe impossibile e improbabile prescindere dal lavoro di Go Nagai che viene continuamente ripreso e citato, sia attraverso l’introduzione di personaggi provenienti da altre sue saghe (Violence JackGroizer X), sia nel character design retrò di Shinji Takeuchi, sia nella narrazione esterna con degli interventi diretti dei personaggi che interpellano lo spettatore in punti importanti di cesura o di rottura della storia.

TITOLO ORIGINALE: Shin Mazinger Shogeki! Z Hen
ANNO DI PRODUZIONE: 2009
NUMERO EPISODI: 26
GENERE: Robotico
COPYRIGHT IMG: © 2009 Go Nagai / Dynamic Planning-Kuroganeya

DOPPIATORI:

Koji Kabuto: Davide Fumagalli

Sayaka Yumi: Federica Valenti
Barone Ashura (Uomo): Matteo Zanotti
Barone Ashura (Donna): Marina Thovez

Dr. Hell: Mario Zucca

Boss: Paolo De Santis
Mucha: Lorenzo Piccolo
Nuke: Flavio Arras

Django: Antonello Governale

Yasu: Daniele Demma

Azuma: Francesco Orlando

Conte Bloken: Massimiliano Lotti
Pygman: Oliviero Corbetta
Shiro Kabuto: Iolanda Granato
Yanosuke Yumi: Marco Balzarotti
Tsubasa: Stefania Patruno
Juzo Kabuto: Antonio Paiola
Ankokuji: Alessandro Zurla
Laure: Sonia Colombo
Lolly: Sonia Colombo

Zeus: Claudio Moneta

Oide: Claudio Lobbia
Kikonos: Elisabetta Cesone
Cross: Dario Oppido

Narratore: Guido Ruberto

 

barbara e il presidente

Ieri i giornalisti premiati l’anno scorso sono stati ricevuti al Quirinale per la giornata dell’informazione. Era come stare ad una specie di funerale. Ci si guardava intorno e si vedevano un sacco di amici, un sacco di persone che di solito vedi in tv, qualche sconosciuto e molte persone che vorresti incontrare in un vicolo per prenderle a calci. Riuniti c’erano tutti, il buono di questo lavoro: giornalisti che ogni giorno si scrollano di dosso la paura per raccontare un pezzetto di quello che accade qui e nel mondo, persone metodiche che hanno scritto con la tenacia di una formichina per poi mettersi in disparte quando era venuto il momento lasciando nell’aria però quel senso di rispetto di chi ha sempre lavorato bene, c’erano gli affamati di notizie, i cercatori di guai,  e poi, i cattivi di questo mestiere: direttori che non pagano e che non gliene importa niente se non di assecondare gli editori o chi paga, che si muovevano tronfi per la sala, giornalisti che abusano delle idee di questo povero paese, altri, servi di chi comanda senza essere capaci di dire no, per paura di perdere chissà cosa, come se ci fosse altro oltre che la propria dignità da nutrire.
Mi sedevo a destra, tutta di nero con un tacco 12 che mi avrebbe dato un’autonomia molto bassa e movimenti precari. Ed era giusto così perché a qualcuno avrei sbriciolato le falangette se fossi stata più agile.
Ascoltavo uno sconosciuto presidente dell’ordine dei giornalisti che parlava di una professione malata, ma importante, dei giovani che non vengono pagati, dei precari e guardavo quei direttori seduti davanti nel loro completo nero o grigio, traboccanti di boria. Alcuni talmente vecchi che con il labbro inferiore sporgente sembrava quasi piangessero, altri che sembravano non essersi ancora svegliati. I giovani naturalmente non c’erano se non un’esigua rappresentanza di studenti che se avranno le carte in regola riusciranno ad andarsene prima di cadere nelle sabbie mobili di un giornalismo che si anima solo quando deve parlare di mignotte.
Nella mia fila erano seduti Minzolini e poco più avanti Bruno Vespa. Sono più piccoli dal vivo, lo schermo li ingigantisce, ma a guardarli così, ti sembra di non vedere nessuno, sono solo teste a palla di biliardo. Dall’altra parte invece c’era una vedova, una signora che ha perso il marito, Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa ucciso dalle br nel 77. Sorride quando quasi trent’anni dopo riceve una medaglia al valor civile dalle mani del presidente. Poco dietro c’è un collega che non batte ciglio, fuori la sua scorta lo aspetta, ha sentito le intercettazioni di mafiosi che pianificavano la sua morte ed d’allora è andato avanti a fare questo mestiere senza rumori, senza sbandierarsi, convinto che ci fosse qualcosa di più importante del pericolo che avrebbe potuto correre. Questa era una delle persone che riempiva la sala e la rendeva splendente, insieme a quelli che si sono e si fanno il mazzo per raccontare quello che ci circonda, per fare la differenza, non per subire gli umori di chi sta fuori ma per indirizzarli, il giornalismo non è comunicazione, è informazione. Non siamo un ufficio stampa della gente, o della notizia, siamo i patologi legali del mondo che ci circonda, quelli che sondano il male e poi cercano di capire cosa sta succedendo o cosa vedono in modo che la gente possa farsi un’idea, non trovare conferme.
C’erano anche gli amici ieri, come Nico, per le mie amiche la voce più sexy del tg, Guido Alferi del Messaggero, Faustino Biloslavo e altri. Idee diverse, modi di scrivere lontani, parole e immagini, ma pur sempre noi, quelli che si ritrovano in capo al mondo e amano farlo più di qualsiasi altra cosa.

Barbara Schiavulli