Bravo Berlusconi, parole sante. Puglia, volano gli stracci

articolo di Bruno Volpe è vero

 

Pontifex.RomaBerlusconi, con un pizzico di interesse a recuperare fiducia nel mondo cattolico, ha detto no alle coppie gay e all’ adozione da parte di single. Meglio tardi che mai, ma almeno un capo di Governo ha parlato chiaro in tempi di confusione etica. Eventuali leggi che avessero paragonato le unioni gay a quelle normali avrebbero mortificato la famiglia tradizionale che é basata  sulla unione tra un uomo e una donna con il fine di procreare. E’ evidente che due gay questa procreazione non la possono mai raggiungere. La pratica omosessuale, che umilia la dignità dell’ uomo,lo rende a livello animalesco e anche peggio, é una offesa alla bontà di Dio, alla regola della creazione e qualsiasi stato che si rispetti e voglia definirsi vicino alla istanze cattoliche mai potrà permettere. La pratica omosessuale é un atto che porta lontano dal Regno dei Cieli, salvo pentimento, che ingiuria e mortifica Dio e meriterebbe, se non fosse arrivata quella follia che é la laicità …

… dello stato, ogni castigo anche da parte della legge positiva.

Ma oggi esistono correnti di pensiero che giustificano questo abominio etico, questo rigurgito di schifezza che é la omosessualità praticata, dimenticando che persino le bestie si comportano meglio .

Per questo motivo chiadiamo al leader del governo di fare un passo in avanti e di vietare apertamente ogni manifestazione stile gay pride, perché se da un lato la famiglia gay non é amessa, non si comprende poi come possa farsi l’ apologia di una cosa che va contro l’ etica.

In quanto alle adozioni da parte dei single é chiaro che un bambino per svilupparsi completo ha bisogno della doppia genitorialità, di padre e mamma e non di uno solo, men che meno di due gay.

Infine in Puglia.

Lo scandalo sanità non é mica finito e Vendola ha sbandierato una archiviazione che contrasta con altro provvedimento.

Presto arriveranno altre scosse e i giudici sono a caccia di altre malefatte specie presso l’ oncologico di Bari.

Va ricordato che il senatore Pd Tedesco lo ha chiamato Vendola in giunta e correttamente in sindaco di Bari Emiliano lo ha ricordato al Governatore.

Insomma, tra la sinistra pugliese, volano gli stracci.

 

 

 

 

 

fonte: http://www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/il-fatto/6863-bravo-berlusconi-parole-sante-puglia-volano-gli-stracci

Il privato è politico -Virginia Visani- prefazione a Aleksandra Kollontaj AUTOBIOGRAFIA

La constatazione del mutato atteggiamento che, in questi ultimi mesi, la sinistra, soprattutto la sinistra rivoluzionaria, ha assunto di fronte alla presa di coscienza”separata” delle donne e alla loro conseguente organizazzione autonoma (esemplare è la manifestazione per l’aborto del 6 dicembre 1975 a Roma) fa pensare che il dibattito aperto nelle sinistre stia sortendo il suo elfetto. Scopo di questa introduzione è vedere quanto di precorritore (quindi attuale oggi) ci sia nel discorso di A.K. significative a tal fine sono quelle delle sue idee che furono a quel tempo trascurate e che riguardano il

privto. Di questo aspetto pensiamo sia utile vedere quanto non sia stato capito o comunque subordinato al deiscorso pòlitico tradizionale. Ciò che non fu risolto o chiarito ai tempi della K. è comprensibile oggi per il nuovo femminismo che si vale del contributo della psicanalisri; si otterranno quindi delle indicazioni, naturalmentre minime e senza il valore di certezza assoluta, per il processo di liberazione della donna. Dell’ Autobiografia sono interessanti le frasi che riguardano la vita privata di A.K. e. che suppongo I’ autrice abbia cancellato piu perl’esigenza di dare di se un’immagine di militante

che andasse bene al partito che si stava burocratizzando, che per improvviso (( pudore.” Sappiamo infatti come, nell’ ambito della sinistra, istituzionalizzata e non, il discorso del privato stenti a trovare uno spazio, perche tuttora si dà al privato la connotazione di ” borghese ,” di “sivrastrutturale”; di “individualismo,” di “volontarismo ribellico,” in definitiva di “non politico.”

Mentre sappiamo anche che la vera novità espressa dal nuovo femminismo, una novità della quale anche le sinistre oggi sono, bene o male, costrette a prendere atto, è proprio l’importanza che il privato assume nell’analisi dell’oppressione, un privato che diventa pubblico e quindi politico nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono.

barbara inviata tra sfollati e cancelli

RAS AJDIR – Murad sorseggia un caffè e fuma lentamente una sigaretta. Deve prendere una decisione importante e sa che ne va della sua vita. Intorno a lui i suoi tre figli maschi non lo lasciano un momento in quella bolgia di persone che continua a entrare dalla Libia. Altri egiziani, cingalesi, molti cinesi che salgono sugli autobus per tornare a casa. Non hanno voglia di parlare, sono nervosi, ma d’altra parte la Libia era solo il posto dove lavoravano e che li ha messo tanta paura da farli fuggire. Murad, invece, un signore ben vestito di 52 anni non ha meno paura, gli è costato lasciare le sue due case di Tripoli e il suo lavoro. Ha sistemato la moglie e la figlia da una famiglia tunisina, mentre lui è tornato dopo due giorni di riflessione al confine. “Voglio tornare a casa per unirmi alla mia gente e i miei figli vogliono venire con me”. Ragazzini di 15, 12 e 7 anni che non vogliono lasciare il papà. “E’ chiaro che sono preoccupato per loro, ma in questa cosa dobbiamo esserci tutti. Gheddafi è il diavolo, ha distrutto il nostro paese e le nostre vite, siamo brava gente ed è ora di farla finita con il tiranno”.

Murad è un ingegnere, lavora a un pozzo petrolifero nel deserto, ma domenica scorsa è tornato a casa. “Il giacimento è chiuso, è controllato da quelli di una tribù avversa a Gheddafi, persone rispettabili. E volevo stare accanto alla mia famiglia che mi raccontava cose terribili”. Murad tornato a casa, ha trovato una città assediata. “La prima notte è stata tranquilla, poi è stato l’inferno, c’erano africani armati ovunque, le forze speciali di Qamis (il figlio di Gheddafi) che buttavano giù le porte e sparavano nelle case, non ce la siamo sentiti di restare, dovevo mettere in salvo la mia famiglia”. Pensa ai figli che non vanno a scuola, ai loro piccoli desideri di voler diventare un banchiere il più grande, il più piccolo un pittore. Sua moglie ha paura che lui torni indietro ma Murad sente il richiamo della sua gente, la voglia di cambiare è contagiosa. La voglia di esserci, di far parte di quel tassello di Storia che cambia un paese.

Intanto la gente passeggia intorno, prende caffè, tè, panini, si inserisce nella conversazione, un ragazzo egiziano arriva dall’aeroporto di Tripoli dove sperava di poter partire: “Ma poi hanno cominciato a sparare e mi sono spaventato”, poche ore dopo si sarebbe saputo che anche l’aeroporto è stato conquistato dai ribelli. I poliziotti libici alla frontiera non mollano, ma sono nervosi, qualcuno dice che non lasciano passare i feriti per non far vedere che ci sono stati combattimenti. Ma tutti le cittadine della zona ovest del paese, l’ultima roccaforte di Gheddafi, sono cadute, resta questo confine e la capitale. I poliziotti tunisini da questa parte sanno che prima o poi i colleghi dall’altra lasceranno indifeso il loro presidio. “Siamo pronti dice un poliziotto, d’altra parte qui può entrare chiunque, i libici non hanno bisogno del visto”, mormora un poliziotto.

“In Libia si dice che Gheddafi molti anni fa abbia raccolto degli orfani africani e li abbia addestrati per combattere, non si fidava del suo esercito per paura di qualche colpo di Stato. Infatti, lungo la strada per arrivare qui al confine, i soldati sono stati molto gentili, sono le forze speciali e gli africani che ci fanno davvero paura perché lotteranno fino alla fine. E Gheddafi pure, secondo me, farà qualche attentato e poi biasimerà al Qaeda”. Gheddafi farà qualcosa di spettacolare pensa Murad come apparire tra la folla, ma è sicuro che siano le ultime battute. Si alza, raccoglie i suoi figlioletti, ringrazia per essere stato ascoltato. “Ci vediamo lunedì a Tripoli, ti porto in giro io, chiamami pure, vedrai finalmente una Libia liberata”.

(Ieri)

Ras Adjir – Non si voltano mai indietro. Superano i poliziotti libici senza degnarli di uno sguardo e tirano dritto verso quelli tunisini. Pochi metri, un passo più pesante dell’altro, il passo di chi lascia una terra martoriata, minacciosa e irrequieta per sorridere un’altra volta superato il confine.

I militari tunisini sono gentili aprono quel cancello leggero ma spesso come l’idea che si ha di una barriera insuperabile e lo chiudono dietro a chi entra in una Tunisia pronta a incassare l’emergenza. Migliaia di persone, “2500 ogni sei minuti”, dicono forse esagerando, le autorità tunisine. Ma sono tanti. Giovani ma anche anziani, qualche donna che si stringe al petto il suo bambino. Ma per lo più uomini. Lavoratori con le mani ingrossate dalla fatica del lavoro e scurite da quel sole che brucia la pelle. Sono tutti stranieri. I libici non osano ancora fuggire. Egiziani, cinesi, cingalesi, tunisini, un fiume di persone con le schiene piegate dal peso di vecchie valigie, sacchetti traboccanti di vestiti e ricordi, stretti nei loro giacconi per proteggersi da un freddo tagliente e dalla sabbia del deserto sollevata da un vento forte.

La maggior parte viene da Tripoli, la roccaforte di Gheddafi. Tutta la zona ovest della Libia rappresenta quel pezzo di paese che farà la differenza. Lo zoccolo duro del colonnello con le sue tribù amiche, con il suo esercito di fedelissimi, con i mercenari. Ma le città a pochi chilometri dal confine segnato da un muretto bianco, vacilla. A Zawra, alla romanica Sabratha, fino alla periferia ovest di Tripoli si combatte, più a sud dove ci sono i giacimenti di petrolio, sembra che le tribù che controllano l’area di Azzintan e Nalut abbiano deciso di schierarsi contro Gheddafi.

Si combatte, si fugge, si cerca di capire le sorti di un paese che potrebbe finire in pochi giorni o vivere la tragedia di una carneficina. Gheddafi minaccia di usare fino all’ultimo proiettile.

“Tripoli è stata tranquilla negli ultimi due giorni”, dice Hatam che faceva l’autista in Libia e ora sta per salire su un autobus che lo porterà in Egitto, a casa sua. Anche Hussein, tunisino, dopo due anni, torna indietro. Ha fatto l’operaio e non vede l’ora di andarsene. “C’è polizia ovunque, ci sono posti di blocco, perquisiscono tutti, e ti portano via le sim card del telefono”. Qualcuno parla di razzie. Storie di fughe che si ripetono una dopo l’altra, inesorabili. Parlano di tanti soldati, di stranieri armati che sostengono il rais, ma sono timorosi quasi impauriti di lasciarsi andare.

“Ci stiamo preparando all’arrivo di molte persone”, racconta Essal un radiologo volontario che nello spiazzo aspetta di poter dare una mano a chi ne ha bisogno. I tunisini per ora sono organizzati, tante camionette militari, ambulanze, tende per la prima accoglienza, “non sono arrivati feriti, ma nei prossimi giorni vedremo”. Qualcuno prepara panini, qualcun altro offre bottiglie d’acqua.

Dall’altra parte arrivano echi di storie orribili: gente che viene uccisa negli ospedali, sparizioni, fosse di massa per nascondere il massacro che si compie. I nuovi arrivati silenziosi salgono sugli autobus e spariscono in direzione nord. La prima città che incontreranno è Zarzis, da una parte la zona turistica dove qualche turista francese in panciolle si gode gli sprazzi di sole e le piscine coperte, dall’altra quella spiaggia, spesso porto di partenza dei gommoni che di notte protetti dal buio e dal freddo affrontano il mare e arrivano a Lampedusa.

I pullman superano la cittadina, non si fermano, ma molti si chiedono cosa accadrà quando e se arriveranno  i libici, se cadrà Gheddafi e la frontiera si spalancherà come è accaduto dall’altra parte in Cirenaica. Ma ancora non è successo, il Leone del Deserto, tiene duro e raccoglie a sé tutti i suoi fedelissimi. Intanto la gente scappa, fugge verso un’altra vita difficile, dove bisogna ricominciare tutto da capo, chissà dove, ma per il momento tutti però hanno voglia di tornarsene a casa.

 

PeaceReporter – L’Adecco nel mirino della Giustizia per lavoro in schiavitù

L’Amministrazione federale delle entrate pubbliche argentine (Afip) ha perquisito lunedì la multinazionale di lavoro interinale Adecco che si occupa in particolare di trovare lavoratori agricoli a tempo determinato. Un’azione scattata dopo che l’azienda è stata denunciata il mese scorso per aver impiegato in modo illegale 140 persone poi costrette con la forza a lavorare in condizioni disumane. Le perquisizioni sono scattate in tre differenti sedi dell’azienda. Un operativo lanciato per ordine del giudice di Cordoba, Ricardo Bustos Fierro, che ha dato mandato di acquisire tutta la documentazione relativa al reclutamento di ogni singolo lavoratore. E come volevasi dimostrare sono saltate all’occhio molte irregolarità. “Sono stati trovai contratti in bianco, senza date, o remunerazioni prestabilite, né luogo di lavoro, eppure regolarmente sottoscritti dai lavoratori impiegati in compiti agricoli”, ha spiegato Bustos.

In un comunicato, l’Afip ha anche precisato che è emersa l’esistenza di accampamenti dove gli operai vivevano “senza il rispetto delle minime condizioni igieniche e di sicurezza” e dove “erano obbligati a dormire in una specie di nicchia di lamiera senza finestre né isolanti termici”. L’intento dell’Amministrazione federale delle entrate pubbliche è stata racimolare le prove che attestino l’esistenza di illeciti e determinare l’identità dei responsabili. Tutto il materiale sequestrato diverrà prova pertinente davanti alla Giustizia ordinaria e si potrà anche quantificare eventuali debiti della multinazionale con il fisco argentino.

La denuncia contro Adecco è scattata il 29 gennaio scorso in una prefettura di Cordoba. Il giorno dopo, le autorità dell’Adip hanno iniziato a raccogliere prove e il 31 Adecco è stato avvertita dell’inizio del provvedimento.
Questa non è comunque la prima multinazionale legata al lavoro in schiavitù. Negli ultimi mesi, autorità governative hanno segnalato anche DupontNidera perché tenevano un gruppo di contrattualizzati in condizioni insalubri e inumane.

La presidente Cristina Fernández è subito intervenuta per condannare questo modus operandi, incitando i lavoratori a difendere, con il governo, i loro diritti, senza farsi sfruttare. “E’ una vergogna per la dignità umana e nazionale venire a conoscenza di simili fatti. È responsabilità del movimento operaio continuare a difendere gli interessi dei lavoratori, ma senza scordare che è stato questo governo ad aver aumentato varie volte il salario minimo”.  Secondo fonti ufficiali, in Argentina solo quest’anno sono stati scoperti cinque casi di lavoro in schiavitù, ora sotto il vaglio della magistratura.

22/02/2011

 

fonte: PeaceReporter – L’Adecco nel mirino della Giustizia per lavoro in schiavitù.