Articolo di Barbara schiavulli

Sembra di partecipare a un film catastrofico, quello dove se qualcuno non interviene verremo fatti a pezzi da un meteoriti o sommersi dalla lava di un vulcano che si è risvegliato. Oppure potremmo decimarci con un nuovo virus scoppiato in qualche paese sovraffollato. Oppure uno sciame di api o di cavallette che cavano gli occhi e ti mangiano il pancreas. O l’era glaciale che ci travolge, alla faccia dell’affetto serra che diceva saremmo morti di caldo. Il freddo si, questo fa al caso nostro. Il film è questo, sposto la tenda della finestra e mi ritrovo nella sceneggiatura. Non che qui nevichi, nella mia capitale non nevica più, l’ha fatto solo per sei ore venerdì scorso, ma quello che vedo io deve essere sbagliato perché tranne nella mia via, pare ci sia neve, ghiaccio e temperature polari ovunque. Si assaltano i negozi, si riempiono gli ospedali, la gente si ammala. E’ la fine del mondo. E’ inverno, fa freddo. Fatico a trovare la notizia, eppure c’è, i giornali ne sono pieni, tanto che i vialetti ghiacciati che impediscono ai bambini di andare a scuola, oscurano i bombardamenti sulla gente in Siria. Gli attentati in Afghanistan o i disastri di altri posti. Non voglio dire che le sofferenze, i morti, i disagi che ci sono qui, siano meno importanti di quelle di un afgano o di un siriano. Ma il problema non è che fa freddo, perché se no mezzo mondo sarebbe già sottoterra. In Cina va decine di gradi sotto zero, in Afghanistan, in Svezia, in America, in Islanda. Ma come sopravvivono i finlandesi? Il problema vero è che ogni anno torna l’inverno, è inesorabile, quello che invece non tornano sono le persone intelligenti nei posti che servono. E’ intollerabile che ci siano paesi senza acqua e luce se esiste anche un solo paese nel mondo che invece può stare nelle stesse condizioni per mesi. E l’anno prossimo, faccio una profezia e spero il sindaco di Roma mi ascolti: anche il prossimo inverno farà freddo. Ma noi siamo l’Italia, una nave può affondare e noi per giorni sappiamo vita e morte e miracoli dell’amante – presunta o voluta dai giornalisti – del comandante vigliacco. Qui si spegne la luce e sui giornali leggiamo del sindaco di roma che litiga che con il capo della protezione civile che non l’ha avvisato che arrivava la neve. Lo sapevamo tutti che avrebbe nevicato, tutti, tutti, perfino i neonati. Poi arriva l’esercito, perché ci vuole una divisa per spalare. E i giornalisti cavalcano la notizia che arrivano senza benzina e le amministrazioni devono pagare. All’inizio sono rimasta un po’ di stucco. Ma poi esperti alla mano, mi spiegano che i militari, se intervengono in aiuto vengono ingaggiati e come prevede la legge vanno pagati perché non è il lavoro loro. Ma siccome chi fa questo mestiere la maggior parte delle volte non sa, e quelle che rimangono, non chiede, finisce che arrivano a tutti noi notizie distorte. Morale: i poveracci nelle campagne sono sempre bloccati in casa e li dovranno salvare dalle loro case come se fossero caduti in un lago ghiacciato. (meno male che io sono incredibilmente freddolosa, che siano cinque o meno quindici gradi per me è la stessa cosa e sono preparata più meno da settembre). Ora la domanda mi sorge spontanea, se ogni volta che accade un’emergenza, o per lo meno lo diventa per negligenza di chi gestisce e non è capace, perché questi non se ne vanno tutti a casa? O magari anche in galera. Che differenza c’è tra un comandante che abbandona la nave e un sindaco che non ha abbastanza sale da spargere per permettere alla gente di svolgere normalmente le proprie attività. La neve dovrebbe essere un momento di pace, di silenzio, di paesaggi meravigliosi, invece nel 2012 c’è gente in Italia che muore assiderata bloccata in autostrada. Come disse qualcuno: “fermate il mondo voglio scendere”. Oppure come oggi mi ha detto un amico: “A qualcuno, la cravatta blocca l’afflusso del sangue al cervello”. Ah, ho uno scoop per tutti: quest’estate farà caldo!

BENGASI di Barbara Schiavulli

– Una ritirata rapida, qualcuno l’ha definita strategica, per lo più è drammatica: nel giro di 24 ore i ribelli hanno perso di nuovo quei duecento chilometri di terra con due città petrolifere, che avevano conquistato con l’aiuto dei raid aerei della Nato, solo domenica scorsa. I lealisti di Gheddafi arraffata la piccola Ben Jawad e le petrolifere Ras Lanuf e Brega puntano di nuovo verso la città di Ajdabya che solo qualche giorno fa era uscita da una decina di giorni di assedio. Gli aerei della coalizione hanno aspettato il pomeriggio quando ormai il più era perso, per intervenire, sganciando bombe sulla strada prima tra Ben Jawad e Ras Lanuf, senza fermare l’avanzata, e poi tra Ras Lanuf e Ajdabya (160 km da Bengasi) dove si sono fermati per ora i ribelli.

In massa sono fuggiti, centinaia di pick up con le mitragliatrici o con generi per il rifornimento, hanno retrocesso ad est di Brega senza che nessuno gli ordinasse nulla, anche perché non sembra esserci un vero e proprio comando militare dei ribelli. I ragazzi hanno visto i carro armati arrivare e sono semplicemente scappati.

“Quello che ci rende orgogliosi di questa rivoluzione è che è fatta dalla gente, che è stata spontanea”, ci assicura Mushafa Gheriani, uno dei portavoce del governo provvisorio che ieri mattina ha ricevuto il nuovo ambasciatore francese a Bengasi che ha presentato le sue credenziali. Ma una rivolta spontanea quando diventa armata non dovrebbe essere improvvisata o per lo meno lasciata agli eventi: “Stiamo andando a Ajdabiya”, dice il ribelle Mohammad Al Abreigi, “ci riuniremo tutti lì e poi cercheremo di tornare verso Brega”. Ad Ajdabiya, 120 mila abitanti, non ci sono segni di raggruppamento, né di un barlume di posizionamento difensivo, perché nessuno sa come farlo.

“Non sappiamo cosa sta accadendo, forse i gheddafiani arrivano anche da sud, dal deserto”. Come in altre città, gli uomini del rais potrebbero circondarli almeno da due lati e bloccarli nella cittadina che ha una posizione strategica, è lo snodo che porta da una parte a Bengasi, roccaforte dei ribelli e a Tobrouk, terza città del petrolio non lontana dal confine egiziano.

Ribelli in fuga e residenti spaventati: non appena si è sparsa la notizia del ripiegamento, è scattato il panico fra le famiglie che erano tornate a casa nelle varie cittadine dopo essere già fuggite. In un attimo la strada costiera di solito cavalcata dai mezzi armati dei ribelli e affiancata da decine di carro armati distrutti dai raid della coalizione è stata stipata di macchine cariche di valigie con tutto quello che una famiglia poteva portarsi dietro.

“Gheddafi ha missili che possono fare anche 40 km, se li avessimo anche noi, potremmo liberare la Libia in un giorno”, aggiunge Ezedin Saleh, un altro ribelle. “Noi abbiamo solo Kalashnikov e rpg (razzi), queste sono le nostre armi”. Infinite le richieste dei ribelli per essere meglio equipaggiati, anche se però qualcuno dovrebbe anche spiegare come usarle certe armi, ma chiedono anche più bombardamenti aerei. Ma uno dei problemi e delle sfide di questo esercito molto irregolare è cercare di rendere disciplinati questi combattenti. Pochi hanno avuto un addestramento militare, hanno un grande entusiasmo e sono pronti ad andare sulla linea del fuoco per poi fuggire quando arrivano le cannonate dall’altra parte. Vero anche che il tipo di armi che hanno non è in grado di fermare a lungo l’avanzata di una milizia con armi e mezzi pesanti come quelli che possiede Gheddafi.

“Dove sono i francesi?”, dice un ribelle che non fa in tempo a finire che un boato fa tremare la terra. I francesi sono arrivati e bucano il cielo nuvolo dell’est della Libia, ma gli attacchi aerei non sembrano arrestare l’avanzata dei lealisti.

 


 

Quel barcone verso Lampedusa di Barbara Schiavulli


ZARZIS – Muhammad Zair è scomparso in mare. Aveva solo 23 anni. La notte del 17 febbraio scorso accompagnava suo nipote Abdullah, 17 anni. Anche di lui non si sa più niente. Sono saliti su un barcone clandestino diretti a Lampedusa. Erano 140 le persone decise ad affrontare il mare per barattare una vita migliore. Molti di loro, invece, l’hanno persa.
La madre di Abdullah che è anche la sorella di Muhammad, stringe le foto dei due ragazzi, senza riuscire a darsi pace. “Mi appello alle autorità italiane di avvisarci se trovano il corpo di mio figlio o quello di mio fratello, vi prego perché non si può vivere senza sapere”, ci dice Munir in lacrime nel cortile di una casetta bianca con le finestre azzurre, non lontano dalla spiaggia. “La rivoluzione ha fatto sì che Muhammad perdesse il lavoro in un albergo, voleva tanto visitare l’Italia, trovare un lavoro come mio figlio”, racconta Hana mostrando la stanza del ragazzo: un letto, un televisore, qualche vestito e uno specchio, è tutto quello che resta di Abdullah.
“Se tagliate la testa di ogni ragazzo tunisino, dentro ci trovate l’Italia. Tutti i giovani vogliono andare a Lampedusa. Quello che per voi era una volta l’America per noi è l’Italia. E’ il paradiso”, ci racconta un tassista di Zarzis, una cittadina di mare, 110 mila abitanti, a 70 km dal confine da dove negli ultimi 10 giorni sono entrati migliaia di sfollati. Ma è più nota per essere uno dei punti di partenza delle barche clandestine che puntano verso l’Italia.
Davanti a lui si estende una spiaggia bianca con un mare tranquillo. Un ragazzo è restio a parlare ma quando comincia non riesce a fermarsi. Gli occhi di Jawar si riempiono di lacrime. “Voglio solo venire in Italia per lavorare, voglio una vita normale. Sono una persona perbene”. Jawar Gobba è un ragazzone di 23 anni dall’aspetto innocuo e dagli occhi dolci. Anche lui lo scorso 17 febbraio era sul barcone di Abdullah e Muhammad. Ha pagato 2000 dinari, 1400 euro, facendo una colletta tra i parenti e aggiungendoli ai soldi che aveva guadagnato facendo il pescatore (più o meno si guadagna 10 euro al giorno se non c’è maltempo) e si è comprato un posto per Lampedusa. “Ci hanno dato appuntamento alle 9 di sera, alle due di notte siamo partiti in 140”.
Per 19 nove ore non è successo niente, il timoniere ha pilotato la bagnarola di legno fino a quando all’orizzonte hanno visto arrivare un’imbarcazione più grande della polizia di frontiera tunisina. “E’ stato tutto veloce, ci sono venuti addosso e la nostra barca si è spezzata in due”.
Da quel momento i ricordi di Jawar si confondono con la sua lotta per sopravvivere e il dolore di aver visto i suoi compagni affogare. Il mare era piatto ma alcuni non sapevano nuotare, altri si sono aggrappati ai resti della barca, alcuni sono stati colti da malore per il freddo. Qualche ora dopo li ha soccorsi una nave militare tunisina. Hanno recuperato la maggior parte dei sopravvissuti e cinque cadaveri, mentre una ventina di persone erano state inghiottite dal mare.
Anche la tonnara che qualche giorno fa è approdata sulle coste dell’isola con 350 ragazzi è partita da qua. “Adesso partono anche con il mal tempo, perché ci sono meno controlli dopo la rivoluzione”, ci racconta Bishir, 30 anni che solo 10 giorni fa ha venduto la sua barca ai trafficanti di clandestini. D’allora fa da intermediario. Il metodo è semplice, le barche vengono acquistate dai pescatori che non riescono più a pagare le rate del mutuo, costano dai 40 ai 60 mila euro. (350mila per la tonnara che ospita quasi 400 persone). Una barca di 12 metri porta 80 persone e il posto si vende a più o meno mille, mille e quattrocento euro. Il pilota guadagna sui 18 mila euro, e quando arriva a Lampedusa con i soldi già in tasca, perché si paga tutto prima, si finge clandestino e viene rimpatriato comodamente in aereo. La barca viene perduta, ma il guadagno è assicurato.
“Ci si incontra nei caffè, c’è una sorta di mafia che organizza tutto, tu paghi e poi ti fanno sapere in quale punto della spiaggia ci si ritrova, se la barca è grande la si raggiunge con delle barchette di pescatori, altrimenti si parte direttamente sul barcone”, spiega Bashir. Ci vogliono dalle 17 alle 20 ore per raggiungere l’Italia a seconda della grandezza dell’imbarcazione e delle condizioni metereologiche.
Sulla spiaggia, mentre piega le reti sotto un sole accecante e un freddo tagliente, Jawar guarda verso l’orizzonte. “In quelle ore lunghissime, mentre vedevo ragazzi morire e io resistevo pensavo solo a pregare Dio che mi salvasse, ma se ora potessi, ripartirei di nuovo, perché ho bisogno di lavorare e qui non so cosa fare”.

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fonte:http://schiavulli.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/03/08/quel-barcone-verso-lampedusa/

 

Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa: rivolta globale contro il neoliberismo


 

Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).

Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre (1). Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia.

Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.
Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.
E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto. Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.
CGIL, ti decidi o no a proclamare lo sciopero generale?

di Valerio Evangelisti


(1) Noterella per capirci. Un operaio disoccupato non è meno “operaio” di quello che lavora in fabbrica. Uno studente senza prospettive non è meno proletario del giovane di quartiere. Un addetto al “lavoro immateriale” (ricerca, cultura, ecc.) opera in un settore industriale divenuto portante in varie zone del mondo. Il capitale rimodella di continuo le classi subalterne, a seconda delle necessità. L’essenziale è che diano plusvalore, diretto o indiretto, e non si riconoscano in un’unica compagine portatrice di rivendicazioni. 

FONTE: CARMILLA, Pubblicato Marzo 2, 2011

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&id=12404&view=article

barbara inviata tra sfollati e cancelli

RAS AJDIR – Murad sorseggia un caffè e fuma lentamente una sigaretta. Deve prendere una decisione importante e sa che ne va della sua vita. Intorno a lui i suoi tre figli maschi non lo lasciano un momento in quella bolgia di persone che continua a entrare dalla Libia. Altri egiziani, cingalesi, molti cinesi che salgono sugli autobus per tornare a casa. Non hanno voglia di parlare, sono nervosi, ma d’altra parte la Libia era solo il posto dove lavoravano e che li ha messo tanta paura da farli fuggire. Murad, invece, un signore ben vestito di 52 anni non ha meno paura, gli è costato lasciare le sue due case di Tripoli e il suo lavoro. Ha sistemato la moglie e la figlia da una famiglia tunisina, mentre lui è tornato dopo due giorni di riflessione al confine. “Voglio tornare a casa per unirmi alla mia gente e i miei figli vogliono venire con me”. Ragazzini di 15, 12 e 7 anni che non vogliono lasciare il papà. “E’ chiaro che sono preoccupato per loro, ma in questa cosa dobbiamo esserci tutti. Gheddafi è il diavolo, ha distrutto il nostro paese e le nostre vite, siamo brava gente ed è ora di farla finita con il tiranno”.

Murad è un ingegnere, lavora a un pozzo petrolifero nel deserto, ma domenica scorsa è tornato a casa. “Il giacimento è chiuso, è controllato da quelli di una tribù avversa a Gheddafi, persone rispettabili. E volevo stare accanto alla mia famiglia che mi raccontava cose terribili”. Murad tornato a casa, ha trovato una città assediata. “La prima notte è stata tranquilla, poi è stato l’inferno, c’erano africani armati ovunque, le forze speciali di Qamis (il figlio di Gheddafi) che buttavano giù le porte e sparavano nelle case, non ce la siamo sentiti di restare, dovevo mettere in salvo la mia famiglia”. Pensa ai figli che non vanno a scuola, ai loro piccoli desideri di voler diventare un banchiere il più grande, il più piccolo un pittore. Sua moglie ha paura che lui torni indietro ma Murad sente il richiamo della sua gente, la voglia di cambiare è contagiosa. La voglia di esserci, di far parte di quel tassello di Storia che cambia un paese.

Intanto la gente passeggia intorno, prende caffè, tè, panini, si inserisce nella conversazione, un ragazzo egiziano arriva dall’aeroporto di Tripoli dove sperava di poter partire: “Ma poi hanno cominciato a sparare e mi sono spaventato”, poche ore dopo si sarebbe saputo che anche l’aeroporto è stato conquistato dai ribelli. I poliziotti libici alla frontiera non mollano, ma sono nervosi, qualcuno dice che non lasciano passare i feriti per non far vedere che ci sono stati combattimenti. Ma tutti le cittadine della zona ovest del paese, l’ultima roccaforte di Gheddafi, sono cadute, resta questo confine e la capitale. I poliziotti tunisini da questa parte sanno che prima o poi i colleghi dall’altra lasceranno indifeso il loro presidio. “Siamo pronti dice un poliziotto, d’altra parte qui può entrare chiunque, i libici non hanno bisogno del visto”, mormora un poliziotto.

“In Libia si dice che Gheddafi molti anni fa abbia raccolto degli orfani africani e li abbia addestrati per combattere, non si fidava del suo esercito per paura di qualche colpo di Stato. Infatti, lungo la strada per arrivare qui al confine, i soldati sono stati molto gentili, sono le forze speciali e gli africani che ci fanno davvero paura perché lotteranno fino alla fine. E Gheddafi pure, secondo me, farà qualche attentato e poi biasimerà al Qaeda”. Gheddafi farà qualcosa di spettacolare pensa Murad come apparire tra la folla, ma è sicuro che siano le ultime battute. Si alza, raccoglie i suoi figlioletti, ringrazia per essere stato ascoltato. “Ci vediamo lunedì a Tripoli, ti porto in giro io, chiamami pure, vedrai finalmente una Libia liberata”.

(Ieri)

Ras Adjir – Non si voltano mai indietro. Superano i poliziotti libici senza degnarli di uno sguardo e tirano dritto verso quelli tunisini. Pochi metri, un passo più pesante dell’altro, il passo di chi lascia una terra martoriata, minacciosa e irrequieta per sorridere un’altra volta superato il confine.

I militari tunisini sono gentili aprono quel cancello leggero ma spesso come l’idea che si ha di una barriera insuperabile e lo chiudono dietro a chi entra in una Tunisia pronta a incassare l’emergenza. Migliaia di persone, “2500 ogni sei minuti”, dicono forse esagerando, le autorità tunisine. Ma sono tanti. Giovani ma anche anziani, qualche donna che si stringe al petto il suo bambino. Ma per lo più uomini. Lavoratori con le mani ingrossate dalla fatica del lavoro e scurite da quel sole che brucia la pelle. Sono tutti stranieri. I libici non osano ancora fuggire. Egiziani, cinesi, cingalesi, tunisini, un fiume di persone con le schiene piegate dal peso di vecchie valigie, sacchetti traboccanti di vestiti e ricordi, stretti nei loro giacconi per proteggersi da un freddo tagliente e dalla sabbia del deserto sollevata da un vento forte.

La maggior parte viene da Tripoli, la roccaforte di Gheddafi. Tutta la zona ovest della Libia rappresenta quel pezzo di paese che farà la differenza. Lo zoccolo duro del colonnello con le sue tribù amiche, con il suo esercito di fedelissimi, con i mercenari. Ma le città a pochi chilometri dal confine segnato da un muretto bianco, vacilla. A Zawra, alla romanica Sabratha, fino alla periferia ovest di Tripoli si combatte, più a sud dove ci sono i giacimenti di petrolio, sembra che le tribù che controllano l’area di Azzintan e Nalut abbiano deciso di schierarsi contro Gheddafi.

Si combatte, si fugge, si cerca di capire le sorti di un paese che potrebbe finire in pochi giorni o vivere la tragedia di una carneficina. Gheddafi minaccia di usare fino all’ultimo proiettile.

“Tripoli è stata tranquilla negli ultimi due giorni”, dice Hatam che faceva l’autista in Libia e ora sta per salire su un autobus che lo porterà in Egitto, a casa sua. Anche Hussein, tunisino, dopo due anni, torna indietro. Ha fatto l’operaio e non vede l’ora di andarsene. “C’è polizia ovunque, ci sono posti di blocco, perquisiscono tutti, e ti portano via le sim card del telefono”. Qualcuno parla di razzie. Storie di fughe che si ripetono una dopo l’altra, inesorabili. Parlano di tanti soldati, di stranieri armati che sostengono il rais, ma sono timorosi quasi impauriti di lasciarsi andare.

“Ci stiamo preparando all’arrivo di molte persone”, racconta Essal un radiologo volontario che nello spiazzo aspetta di poter dare una mano a chi ne ha bisogno. I tunisini per ora sono organizzati, tante camionette militari, ambulanze, tende per la prima accoglienza, “non sono arrivati feriti, ma nei prossimi giorni vedremo”. Qualcuno prepara panini, qualcun altro offre bottiglie d’acqua.

Dall’altra parte arrivano echi di storie orribili: gente che viene uccisa negli ospedali, sparizioni, fosse di massa per nascondere il massacro che si compie. I nuovi arrivati silenziosi salgono sugli autobus e spariscono in direzione nord. La prima città che incontreranno è Zarzis, da una parte la zona turistica dove qualche turista francese in panciolle si gode gli sprazzi di sole e le piscine coperte, dall’altra quella spiaggia, spesso porto di partenza dei gommoni che di notte protetti dal buio e dal freddo affrontano il mare e arrivano a Lampedusa.

I pullman superano la cittadina, non si fermano, ma molti si chiedono cosa accadrà quando e se arriveranno  i libici, se cadrà Gheddafi e la frontiera si spalancherà come è accaduto dall’altra parte in Cirenaica. Ma ancora non è successo, il Leone del Deserto, tiene duro e raccoglie a sé tutti i suoi fedelissimi. Intanto la gente scappa, fugge verso un’altra vita difficile, dove bisogna ricominciare tutto da capo, chissà dove, ma per il momento tutti però hanno voglia di tornarsene a casa.

 

PeaceReporter – L’Adecco nel mirino della Giustizia per lavoro in schiavitù

L’Amministrazione federale delle entrate pubbliche argentine (Afip) ha perquisito lunedì la multinazionale di lavoro interinale Adecco che si occupa in particolare di trovare lavoratori agricoli a tempo determinato. Un’azione scattata dopo che l’azienda è stata denunciata il mese scorso per aver impiegato in modo illegale 140 persone poi costrette con la forza a lavorare in condizioni disumane. Le perquisizioni sono scattate in tre differenti sedi dell’azienda. Un operativo lanciato per ordine del giudice di Cordoba, Ricardo Bustos Fierro, che ha dato mandato di acquisire tutta la documentazione relativa al reclutamento di ogni singolo lavoratore. E come volevasi dimostrare sono saltate all’occhio molte irregolarità. “Sono stati trovai contratti in bianco, senza date, o remunerazioni prestabilite, né luogo di lavoro, eppure regolarmente sottoscritti dai lavoratori impiegati in compiti agricoli”, ha spiegato Bustos.

In un comunicato, l’Afip ha anche precisato che è emersa l’esistenza di accampamenti dove gli operai vivevano “senza il rispetto delle minime condizioni igieniche e di sicurezza” e dove “erano obbligati a dormire in una specie di nicchia di lamiera senza finestre né isolanti termici”. L’intento dell’Amministrazione federale delle entrate pubbliche è stata racimolare le prove che attestino l’esistenza di illeciti e determinare l’identità dei responsabili. Tutto il materiale sequestrato diverrà prova pertinente davanti alla Giustizia ordinaria e si potrà anche quantificare eventuali debiti della multinazionale con il fisco argentino.

La denuncia contro Adecco è scattata il 29 gennaio scorso in una prefettura di Cordoba. Il giorno dopo, le autorità dell’Adip hanno iniziato a raccogliere prove e il 31 Adecco è stato avvertita dell’inizio del provvedimento.
Questa non è comunque la prima multinazionale legata al lavoro in schiavitù. Negli ultimi mesi, autorità governative hanno segnalato anche DupontNidera perché tenevano un gruppo di contrattualizzati in condizioni insalubri e inumane.

La presidente Cristina Fernández è subito intervenuta per condannare questo modus operandi, incitando i lavoratori a difendere, con il governo, i loro diritti, senza farsi sfruttare. “E’ una vergogna per la dignità umana e nazionale venire a conoscenza di simili fatti. È responsabilità del movimento operaio continuare a difendere gli interessi dei lavoratori, ma senza scordare che è stato questo governo ad aver aumentato varie volte il salario minimo”.  Secondo fonti ufficiali, in Argentina solo quest’anno sono stati scoperti cinque casi di lavoro in schiavitù, ora sotto il vaglio della magistratura.

22/02/2011

 

fonte: PeaceReporter – L’Adecco nel mirino della Giustizia per lavoro in schiavitù.

Bici in metrò, firmata la delibera Dal 1° marzo si viaggia sui treni

L’assessore Aurigemma dà l’ok all’ampliamento degli orari per l’accesso sui mezzi pubblici: dalle 20 e tutto il sabato. Pieghevoli sempre su bus e tram

In bici sui treni della metrò: la stazione Colosseo (Proto)
In bici sui treni della metrò: la stazione Colosseo (Proto)

ROMA – La «rivoluzione possibile»era stata ventilata il 27 gennaio scorso: ampliamento degli orari di accesso delle biciclette in metropolitana. Cambiano i vertici della Mobilità capitolina e, rispettando i tempi pattuiti, arriva martedì 15 febbraio la delibera firmata dal neo assessore Antonello Aurigemma. Diciassette giorni per realizzare, almeno in parte, quello che le associazioni dei ciclisti chiedono da anni. La tecnica dei ciclisti romani è sempre la stessa, «p.p.p», procedere a «piccoli passi possibili». 

PIANO AURIGEMMA – Per questo la delibera di Aurigemma viene vista dalle associazioni come un primo importante traguardo. Punti cardine dell’accordo: adesso è ufficiale, dal primo marzo, le bici pieghevoli potranno essere trasportate su tutti i mezzi pubblici (tutti i giorni, gratis); anticipato alle 20 l’ingresso sulle metro (a, b e Ferrovia Metropolitana Roma Lido). Inoltre: si estende al sabato l’ingresso delle bici sulle due linee della metro per l’intera durata del servizio. E, infine, è allo studio (non risulta allo stato attuale inserito nella delibera) l’installazione di canalette per il trasporto delle due ruote ecologiche sulle scale delle 4 stazioni della metropolitana che non hanno l’ascensore, per consentire ascesa e discesa delle biciclette lungo le scale.

BICI IN METRO DA MARZO – «Finalmente qualcosa si muove anche a Roma – spiega Paolo Bellino del Coordinamento di Traffico si muore – anche se è solo un piccolo inizio almeno è un inizio, dopo anni di totale stasi. Da oltre 14 mesi chiediamo atti concreti e a costo zero all’amministrazione romana per favorire la ciclabilità urbana, come da anni si fa nelle capitali veramente europee. E questa volta, complice anche il cambio della Giunta, un primo passo verso la modernità è stato fatto, per ora timido ma abbiamo fiducia che sia sempre più compresa l’esigenza di alleggerire il traffico veicolare favorendo gli spostamenti in bici». Soddisfazione per l’operato del nuovo assessore: «Antonello Aurigemma ha compreso questa esigenza ed ha lavorato in una direzione che finalmente, ripetiamo, sembra essere quella giusta – continua Bellino –. La nostra intenzione è quella di continuare a spingere per il riconoscimento della figura del ciclista urbano come una soluzione per il decongestionamento di Roma, e non come di un problema per gli altri utenti della strada».

Le fasce per l'accesso delle bici saranno in metrò tre: fino alle 7, 10-16 e 20-fine servizio (foto Proto)
Le fasce per l’accesso delle bici saranno in metrò tre: fino alle 7, 10-16 e 20-fine servizio (foto Proto)

«C’E’ ANCORA DA FARE» – Le associazioni dei ciclisti non mollano: «Le molte difficoltà che le varie burocrazie di Roma ci pongono potranno essere risolte solo considerando i benefici che quote sempre maggiori di persone che si spostano in bici portano all’intera cittadinanza – concludono dal Coordinamento – E speriamo che anche l’Atac se ne accorga e ampli ulteriormente le fasce orarie di ingresso in metropolitana, al pari delle altre capitali europee». L’ingresso delle bici in metro durante il sabato sarà sperimentato per due mesi, poi se ne trarranno conclusioni. «Ma si tende a ritenere che non ci saranno marce indietro». Il 1 marzo i ciclisti si ritroveranno alle fermate delle metro per festeggiare. A volte, ci sono anche buone notizie. 

Simona De Santis
15 febbraio 2011(ultima modifica: 16 febbraio 2011)

fonte: http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_febbraio_15/ok-bici-metropolitana-desantis-19021000682.shtml