“Aderisco!” i libri spediamoli a scuola



Sembra un’esclamazione da intonarsi con voce stentorea, battendo i tacchi.
Bene: così o in altre forme e suoni, aderisco volentierissimo.
Basta questa mail o devo scrivere qualcosa di diverso e più specifico?
Non potrò essere alla manifestazione del 4 maggio, purtroppo, perché maggio è un mese tritacarne di carne macinata di gnomo poeta, e in quei giorni ho i soliti “impegni pregressi”; ma in tante altre occasioni, nelle tante piccole e quotidiane manifestazioni che incontro nelle scuole e librerie della Lunga e Povera Patria, dove vado viaggiando, sempre “aderisco” e ribadisco: che promozione della lettura è se i bambini non si ritrovano, alla fine dell’incontro con l’autore, in mano un libro?
E quelle bellissime volte che le bambine, durante l’incontro, chiedendomi di ripetere ancora la Rima di Rabbia più corta di tutte (“Mare in burrasca, terra in tempesta | Se non mi ami ti spacco la testa”), si chinano a scriverla in fretta in fretta sul quaderno, allora rinasce Gutemberg ogni volta, ed è l’occasione per dire: ti piace questa poesia? non la ricordi se la senti due volte? quindi la devi scrivere? e le altre, come potrai scriverle? sai che ci sono da molti secoli attrezzi adatti per la memoria che non ricorda le poesie? dove le trovi già scritte? sai come si chiamano?
Vi abbraccio

Bruno

fonte: http://www.ilibrispediamoliascuola.it/

Vittorio Foa

 
 
 
Nacque da una famiglia ebraica piemontese (per parte di padre), nipote di un rabbino. Nel 1926, mentre era impiegato di banca, subì l’influenza politica di Giovanni Giolitti. Nel 1930 divenne ufficiale di complemento dell’esercito italiano nel reggimento di re Umberto II col quale ebbe un’amicizia. Si laureò in Giurisprudenza nel 1931 all’Università di Torino. È padre del noto giornalista Renzo Foa, già direttore dell’Unità e successivamente entrato in Forza Italia, nonché della storica Anna Foa.
Nel 1933 entrò in Giustizia e Libertà, movimento politico antifascista. Il 15 maggio 1935, all’età di 25 anni, venne arrestato a Torino in seguito alla segnalazione di un confidente dell’OVRA, quindi denunciato al Tribunale Speciale Fascista, che lo condannò a 15 anni di reclusione (nel 1936) per attività antifascista. Condivise la stessa cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer, e nel frattempo sposò il liberalismo di Benedetto Croce.
Dopo essere uscito dal carcere nell’agosto 1943, nel settembre dello stesso anno entrò nel Partito d’Azione (PdA), di cui divenne segretario assieme a Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Altiero Spinelli e Oronzo Reale (1945), e per cui fu rappresentante nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), prendendo dunque parte alla Resistenza.
All’Assemblea costituente, il 2 giugno 1946, fu eletto deputato del PdA, e dopo lo scioglimento di quest’ultimo nel 1947, alla fine dello stesso anno passò al Partito Socialista Italiano (PSI), per cui fu dirigente nazionale e, per tre legislature (1953-1968), deputato.
Il 1948 fu l’anno in cui Foa entrò nella FIOM nazionale; nell’ottobre 1949 entrò nella Segreteria nazionale della CGIL di Giuseppe Di Vittorio, come vicesegretario responsabile dell’Ufficio studi, e nel 1955 fu segretario nazionale della FIOM.
Dopo una collaborazione iniziale nel 1959 con la nascente rivista Passato e presente (nata intorno ad Antonio Giolitti e diretta da Carlo Ripa di Meana), Foa divenne uno dei massimi teorici della linea politica dell’autonomia operaia, che ispirò molti anni dopo la nascita dell’omonimo movimento politico, e scrisse fra l’altro nel 1961 l’editoriale del primo numero della rivista di Raniero Panzieri, Quaderni rossi, legata a quest’area.
Nel 1964, da una scissione a sinistra del PSI, nacque il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), di cui Foa fu un dirigente nazionale. Nel 1966-1968 cominciò a collaborare con La Sinistra (giornale nato attorno a Silverio Corvisieri, Augusto Illuminati, Giulio Savelli e Lucio Colletti) e nel 1969 con Il Manifesto, rivista mensile omonima del gruppo politico originatosi da una scissione a sinistra del PCI. Per qualche tempo Foa fu membro della direzione del giornale, ma nel 1970 si dimise dalla CGIL e uscì dallo PSIUP, ritirandosi brevemente a vita privata.
A seguito però della sconfitta elettorale dello stesso PSIUP nel 1972 e al suo scioglimento (il 16 luglio), Foa diede vita con diversi socialisti toscani (Silvano Miniati, Guido Biondi, Mario Brunetti, Aristeo Biancolini, Pino Ferraris, Daniele Protti, Dante Rossi e i sindacalisti Elio Giovannini, Antonio Lettieri e Gastone Sclavi) al Nuovo PSIUP; quest’ultimo però nel novembre ’72 contribuì, con la sinistra del Movimento Politico dei Lavoratori (MPL) alla creazione del Partito di Unità Proletaria (PdUP), di cui divenne dirigente nazionale. L’idea di Foa era quella di creare una forza politica che orientasse i gruppi rivoluzionari verso una prospettiva di "governo delle sinistre" distogliendole da una prospettiva rivoluzionaria.
Nel luglio 1974 il PdUP si unificò al gruppo de Il manifesto e nacque il PdUP per il comunismo: Foa fece parte, con Silvano Miniati, della sinistra del nuovo partito (circa il 44%). Col PdUP prese parte alla promozione della lista unica della nuova sinistra, Democrazia Proletaria (DP), avvenuta nel 1975-76: per questo cartello elettorale fu eletto nelle circoscrizioni di Torino e Napoli ma rinunciò a favore di Silverio Corvisieri (Avanguardia Operaia) e Mimmo Pinto (Lotta Continua). Nel 1977 iniziò anche a scrivere nel Quotidiano dei lavoratori, giornale di AO, mentre sua moglie Lisa intraprese la militanza in LC.
Il ’77 fu l’anno in cui il PdUP perse la corrente ex-PSIUP-MPL (assieme alle cosiddette Federazioni unitarie e all’area sindacale di Giovannini) che prese parte alla costituente partitica di DP, mentre il partito rimase in mano alla componente de Il Manifesto.
Foa in seguito ricominciò nuovamente ad allontanarsi dalla vita politica: il suo ultimo intervento ufficiale fu alla commissione del Congresso di DP (gennaio 1980). Promise di non parlare né scrivere più di politica per almeno quattro anni, e preferì dedicarsi all’insegnamento dopo aver accettato la cattedra di Storia contemporanea nelle università di Modena e Torino.
Il 15 giugno 1987 venne eletto senatore come indipendente nelle liste del PCI, pur non essendo mai stato comunista. Nel PCI rimase anche quando si trasformò in Partito Democratico della Sinistra (PDS). Favorevole alla partecipazione italiana nella Guerra del Golfo, nel 1992 abbandona la politica attiva per dedicarsi alla stesura di alcuni libri, in gran parte autobiografici: nel 2003 uscì ad esempio "Un dialogo", edito dalla Feltrinelli e scritto a quattro mani con Carlo Ginzburg.
In anni più recenti ha anche ricevuto gli auguri per i suoi 95 anni dall’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.
Si spegne a Formia il 20 ottobre 2008 dopo una lunga malattia.
 

Addio a Stefano Rosso

 
Gli bastavano "due amici, una chitarra e uno spinello", e "la ragazza giusta che ci sta", poi tutto il resto non aveva importanza. Con queste battute, nella canzone Storia disonesta, Stefano Rosso aveva conquistato la popolarità negli anni Settanta. Ieri sera, all’età di sessant’anni, il cantautore si è spento nella sua Roma, dove era nato il 7 dicembre 1948. I funerali si terranno domani mattina alle 10 nella basilica di Santa Maria in Trastevere.

Cantante e chitarrista, vero cognome Rossi, l’artista faceva parte della scuola dei cantautori romani. E negli anni ha mantenuto uno zoccolo duro di fan: lo dimostrano i messaggi di affetto comparsi sul suo sito internet. Sulla homepage, una sua foto in bianco e nero e una frase tratta da una sua canzone, Il treno dei papaveri: "…e domani sereno volerò in braccio a Dio, tra i papaveri e il treno perché lì è il posto mio".

All’interno, su una pagina nera, uno spazio bianco dove lasciare un pensiero. Ha cominciato questa mattina la figlia Stefy che ha aperto le testimonianze d’affetto con un "grazie". In pochi minuti sono stati decine i messaggi inviati, come quello di Anna Rita: "Ciao Stefano, ero giovane quando tu eri giovane… tienimi un posto su quel treno".

E ancora: "Ciao Stefano, il tuo tempo, i tuoi sogni, le tue melodie non sono più di casa in quest’epoca. Ma io, giovane brufoloso dell’epoca, ti ricorderà sempre con leggerezza e quella nostalgia dolce e inafferabile come le tue poesie…" è il messaggio lasciato da Gianni, mentre Fenix ha scritto: "Addio compagno e compagnia dei primi spinelli di gioventù".

Stefano Rosso aveva debuttato nel 1969, in coppia col fratello nel duo Romolo e Remo, con la canzone Io vagabondo. Partecipò al Festival di Sanremo nel 1980 con L’italiano. Da ricordare, tra le sue canzoni impegnate, anche Odio chi e Bologna ’77, dedicata a Giorgiana Masi, la ragazza uccisa a Roma, vicino al Ponte Garibaldi, durante una manifestazione.

da la Repubblica

Latina, 12:30

GAETA: MUORE MENTRE NUOTA SCRITTRICE FABRIZIA RAMONDINO

Un infarto le ha stroncato la vita, proprio mentre la casa editrice "Einaudi" pubblica nelle librerie di tutta Italia il suo ultimo lavoro: "La via". Una tragica coincidenza per Fabrizia Ramondino, scrittrice nata a Napoli nel 1936, e da anni solita frequentare la spiaggia di Gaeta, nel sud pontino, dove si era trasferita in questi giorni per un periodo di vacanze. Ha perso la vita mentre nuotava, nel pomeriggio di ieri, vani i soccorsi della sua segretaria e di altri bagnanti che hanno assistito alla scena della scrittrice che chiedeva aiuto in acqua; Ramondino, trasportata sulla battigia, poco dopo e’ morta molto probabilmente a causa di un infarto. L’autopsia fissata per la giornata di oggi chiarira’ le effettive cause del decesso. "La via", il suo romanzo, narra le vicende di un uomo di mare che approda in un luogo dove la vita scorre tranquilla, lontana dal caos delle grandi citta’. Fabrizia Ramondino, una delle scrittrici italiane piu’ apprezzate, fin dai suoi esordi si e’ caratterizzata anche per l’impegno nell’azione sociale a favore delle fasce piu’ deboli. Ha collaborato al "Movimento insegnanti medi" di Milano nel ’68 e l’anno successivo al "Centro di coordinamento campano". Nel 1977 ha preso parte a "Napoli: i disoccupati organizzati", oltre a sostenere piu’ recentemente la lotta di liberazione per il Saharawi. Il capoluogo partenopeo, oltre ad essere la sua citta’ natale, sara’ anche uno dei grandi amori della Ramondino, tanto da pubblicare "Dadapolis, Caleidoscopio napoletano", datato 1989, una raccolta delle impressioni e dei giudizi che sono stati dati nel tempo sulla citta’ di Napoli. Tra le ultime sue opere "Per un sentiero chiaro" una raccolta di poesie che copre il lungo arco di tempo che va da 1956 al 2002,in cui ritornano temi come la natura, l’eros e la sua Napoli.