vERNISSAGE

si entra come vERNISSAGE, i buttabuori erano già pronti a buttarci fuori ma eravamo sulla lista, anzi uno di noi poteva buttare fuori loro, l’organizzatore ci vede e ci fa entrare senza far controllare. Entrtriamo ambiente molto minimal quadri appesi alle pareti è un vERNISSAGE. Pedanina con punto musicale, si attende il DJ famoso, si entra in un altra sala ci sono le cibarie è un vERNISSAGE, cioccolata e vino. Cominciamo a vedere la popolazione che affollla il vERNISSAGE, gente di tutti i tipi, ma di stravaganze diverse è un vERNISSAGE, ma…ci sono i professionisti del vERNISSAGE vestiti da clown con pantaloni corti e cappellini strambi è un vERNISSAGE. Continuamo il giro esploriamo gli ambienti, prodiamo in Bagno bAGNO. Quadretti di donnnine nude foto de ‘800, un palese invito a un vERNISSAGE solitario in bagno. Si ritorna nel salone centrale continuamo a guardare le opere è un vERNISSAGE. Arriva il DJ ma…la vera attrazione è la moglie mDj mette musica prima lei, d’altronde merita più di Bertallott. E’ musica per vERNISSAGE, ci si guarda e ci si dice è proprio un vERNISSAGE. Andiamo via dal vERNISSAGE

 

 

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P.S. mancavano i ns. vERNISSAGE che avrebbero fatto sfigurare molti di loro
pp.ss. verniciatura viene usato per indicare l’inaugurazione di una mostra d’arte, cioè la vernice di una mostra di solito, ha lo scopo di permettere ai critici d’arte ed ai clienti di conoscere gli artisti che espongono le proprie opere nella mostra.

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pROGETTOdIvITA

in questi giorni mi fulla nella mente quello che ho sempre avuto. Io nella vita ho sempre pensato al’ultimo posto di quello che facevo, mi spego, pur con tutte le contraddizioni del caso (superbia, voglia di emergere che esistono sempre) ho cercato di cogliere l’esigenza che mi faceva avere dignità e tranquillità. Tipo nel lavoro pur avendo le possibilità ho fatto una carriera all’inverso. Non ho mai sfruttato i momenti e non ho cercato il prestigio e l’appagamento econonico. Oggi faccio il Magazziniere e svolgo il mio lavoro con coscenza e credo in maniera buona. Attalmente vorrei nella mia vita essere all’ultimo gradino della scala sociale senza strutture e legami. Non costretto ma…come scelta. Questo non è possibile perchè ho strutture imposte da me e costrizioni imposte dallo stato delle cose. Vorrei essere un senza fissa dimora un non-occupato un senza legami personali. Questa condizione in molti l’hanno ma sono stati costretti dalla vita e dalle proprie condizione e presumo che stiano male perhè non è frutto di scelte. Io invece vorrei arrivare a questa condizione per scelta e per convinzione. Non ho il coraggio per tutte le raggioni che ho esposto prima.Iil mio stato di malessere è dettato dalla duplicità della vita che mi porta a fare cose a cui non credo e mi allontana dal mio pROGETTOdIvITA

nUBORRO

mi sveglio con il tone del telefono alto ero nel sonno profondo stavo sognando ero in vacanza con una persona cara, eravamo in un paese espanico con una cattedrale tipo quella di barcellona  stile gotico con tante guglie e fronzoli archittettonici, ad altezza uomo c’è una spece di vetrata di quelle colorate. La rompono e io e la persona con cui stò in sieme siamo gli unici a preoccuparci e lei va ad avvisare il sacedorte dell’accaduto. Mi sveglio definitivamente sento un forte odore di sapone di marsiglia quelli che usano le ditte di pulizia intenso quasi pestilenziale, apro gli occhi 6,25 sono stato nello stato di dormiveglia per 3/4 d’ora guardo il lenzuolo che utilizzo per separè tRa la strada e la verandina
e non riesco a comprendere quello che vedo mi è sembrato di vedere il contrario dell’ombra, e mi sono chiesto come si chiama questa cosa? mi venivano in mente i contrari di ombra come parte illuminata, luce, ma… non rendeva l’idea. Più la guardavo più mi sconvolgeva come era possibile un fenomeno del genere. Nel fratempo mi sveglio definitivamente. Prendo Lucilla la porto giù per la falsa passeggiata mattutina, lei arranca oggi ha fatto la buona l’ho trovata solo tra le feci e sulla traversa non come di solito per terra tra le sue urine, non la devo lavare prima di scendere. C’è una signorina la conosco da tempo abitiamo nello stesso quartiere da sempre. Mi chiede come stà Zorro (Lucilla assomiglia molto a un cane di un mio amico oramai defunto il cane) e le dico no è Lucilla Zorro era il suo fidanzzato  e lei dice “ma tau nè si cur cha avte sopaa la muragle?” (in altri tempi mi avrebbero detto “mezz’o casttidde dove abitano i miei) e il cane amico del mio? il mio è morto di diabbete, le rispondo si è lui. Nel frattempo guardo vicino alla porta di una delle associazioni che sono in piazza c’è non come al solito la scia d’acqua gettata per terra dopo aver lavato il pavimento ma…una specie di schiuma del sapone strofinato ecco perchè l’odore intenso e non il solito. La risposta è data per quanto riguarda l’odore. Prendo Lucilla la porto a casa. Incominciamo a fare le medicazioni per le piaghe guardo il lenzuono e pensi, si la striscia bianca contrastante all’opaco che avevo intorno come se fosse un negativo di pellicola fotografica è un  nUBORRO

porro nubes

iNmEZZOtRAlORO

stamattina non ho fatto come al solito, lasciare lucilla e andarmene. Mirella (la dottoressa) aveva già un paziente e un pò particolare, non ama tanto gli altri suoi simili, perciò sono entrato da un’altra porta e mi ha fatto accomodare nella stanza dove di solito Lucilla riceve la terapia, flebo e altro. L’ho distesa per terra e attendevo. Nella stanza c’era un altro pazziente e il cane di Mirella e i suoi due gatti. Mi sono seduto accanto a Lucilla e l’accarezzavo e mi sono accorto che ero Immagine iNmEZZOtRAlORO

uLTIMOsOGNO

tecnico della caldaia dell’acqua (che non ho), lui dice che bisogna far un lavoro strutturale e che bisogna chiamare il padrone di casa. Io dico che lo contatto è una donna che conosco. Ma poi penso io ho una padrona di casa e ha solo un figlio maschio  ho sempre contattato lui neanche lei. E poi la donna che conosco non centra niente con la padrona di casa…ma sarà la padrona della casa…

Barbara Schiavulli

La strada che porta da Islamabad verso il kashmir è stata da poco asfaltata. Si procede veloce, non c’è traffico perché si paga. Si corre, di mattina presto quando la capitale è ancora avvolta nella nebbia, tra qualche ora tornerà la confusione di sempre, ma per il momento regna uno spettrale silenzio che non si addice ad una città dove la gente si ammucchia anche quando ha spazio intorno a se.

Scivola strada, le case si dirarano, l’orizzonte si fa ogni chilometro più lontano. Camion colorati e decorati rallegrano la vista mentre le curve aumentano e le montagne si avvicinano. Intorno solo villaggi, case di fango, negozi aperti dove basta allungare la mano per afferrare qualcosa. Vecchi sorseggiano té, avvolti nei loro mantelli, guardano la pioggia che cade battente, scuotono la testa. Sembrano aspettare, forse che torni il sole, ma dicono che ci vorranno settimane, forse semplicemente che qualcosa accada, o che il tè al latte raffreddi un po’.

Dopo tre ore di salite e tornanti l’autista è stanco. Ci fermiamo in una specie di sala da tè. Quattro tavoli, qualche sedia, qualche altro viandante. E lo sguardo curioso di quella specie di cameriere che porta il té senza che nessuno gliel’abbia chiesto. E’ tutto un po’ sporco, bagnato, freddo. Guardo la tazzina, mi chiedo se la lavino, poi smetto di pensarci e sorseggio lasciando che il caldo mi entri dentro. L’autista dice che in un paio d’ore arriveremo. Vorrei andare in bagno, ma dubito che ce ne sia uno e anche se ci fosse, forse tutta questa voglia non l’avrei pensando a quello che potrei trovare.

Risalgo in macchina, diluvia. I tornanti sono sempre più stretti, la strada è scivolosa. Non ci sono protezioni, non ci sono guardrail, qualche barriera di tanto intanto. Incrocio le dita a ogni curva e confido nell’autista. Andiamo avanti, un manipolo di gente è ferma lungo il ciglio della strada. Sotto la pioggia. Nessuno usa l’ombrello in questo paese. Ci fermiamo, scendiamo, ci uniamo alla piccola folla che aumenta. Un bambino, vestito troppo leggere, ma che sembra non sentire freddo, cammina sul muretto e guarda in basso. C’è un camion rovesciato. Dentro un uomo morto. La testa schiacciata, penzola mezzo fuori dal parabrezza che non c’è più. Niente da fare. Questa terra lo ha inghiottito. Per fortuna non sa che un mucchio di gente lo sta guardando, in attesa che arrivi qualcuno a portalo via.

Risaliamo. Mi perdo nel paesaggio di una delle terre più turbolente e dimenticate. Trattengo il fiato per la bellezza. Non sono una che ama la montagna o il freddo. Tanto meno la neve. Ma quando si attraversa un quadro allora il resto sembra pesare meno. Attraversiamo gole, e dietro ad ogni curva si apre un mondo nuovo. Ci accompagna un fiume, sembra stia per esplodere dalla potenza dell’acqua che corre nella direzione opposta la nostra. Lei scende, noi saliamo. Intorno la foresta. Quel verde violento, quasi arrabbiato che si staglia contro di noi, mentre i tuoni e i lampi fanno tremare la macchina. Arriviamo nella capitale del Kashmir, una città che sembra un grande villaggio, dove tutti sembrano conoscersi e dove gli stranieri si notano subito. Facciamo un giro, delle interviste, il mio traduttore taurino, si è dato da fare. Non ho il permesso per stare lì, ma ci proviamo. Parliamo, cerchiamo, incontriamo, mentre cerchiamo anche un tetto per la notte.

Dopo un po’ ci avvisano che la polizia sta facendo domande su di noi e ripercorrono le tappe e vanno nei posti dove siamo stati nel giro di poche ore. Poco importa, andiamo avanti. Cerchiamo la nostra storia, che parlerà di loro, circondati da queste montagne…